Lettera di un ometto che prende spesso il treno

Grandi stazioni
Rara immagine di gaudente signora, molto felice di starsene venti minuti alla stazione mentre il suo treno tarda; qui è ripresa mentre sorbisce la caratteristica “ciofega stescion”. Nel frattempo ne ha approfittato per farsi dare una gonfiatina alle gomme, pardon, alle labbra

Cara Grandistazioni,
che una volta io ti chiamavo Stazione Termini ma adesso dice che ti chiami proprio così, “Grandi Stazioni”, nemmeno al singolare ma al plurale, ma io ci credo e ti chiamo così, tutto intero, Grandistazioni, insomma ti voglio dire che adesso ti scrivo una letterina, per certe cosette che mi sono capitate.
Tante cose sono cambiate. L’amica tua Trenitalia, per esempio; una volta la chiamavo “il treno”, ma adesso invece ha cambiato nome, e pure sesso, anche se i treni mi sa che il sesso non ce l’hanno (per quanto, non si può mai dire…). Era tutto diverso, allora. Quando dovevi chiedere le cose, al treno, chiamavi un numero e rispondeva una voce tipo vecchia di centocinquant’anni che ripeteva “Ente Ferrovie dello Stato. Le linee sono momentaneamente occupate. Si prega di richiamare più tardi”. Ero giovane, allora, lo sai, Grandistazioni? Sentivo quella voce ripetersi all’infinito, due volte, tre volte, dieci volte, cento volte…e poi tut-tut-tut-tut…cadeva la linea, e poi ricominciava “Ente Ferrovie dello Stato, eccetera”. E allora pensavo che tutte quelle cose che avevo studiato, tipo l’Eterno Ritorno di Nietzsche, trovassero proprio lì la loro conferma. E anche Einstein: “momentaneamente” significava “sempre”. Il tempo era relativo.
Ma quello è il passato. In barba allo spaziotempo, all’eterno ritorno e ai capelli di Raffaella Carrà, il tempo passa, “eccomo!”, avrebbe detto Totò; quindi adesso c’è Trenitalia col suo sito tutto rosso, e la vecchia di centocinquant’anni non c’è più. E al posto della Stazione Termini ci sei tu: Grandistazioni.
Io ti voglio tanto bene, Grandistazioni. Prima, sotto alla vecchia Termini, intendo, c’erano i coccodrilli importati dalle fogne di New York; adesso tu invece ci hai fatto i bar fichi e la gelateria Grom, che poi ho capito pure perché si chiama “Grom”: perché il gelato lo fanno col vinavil e ti rimane nel gozzo senza andare né giù né su, e “grom” è il suono che devi fare per spingerlo a forza nell’esofago. E mica solo i bar e la gelateria: da te trovo le calze, i maglioni, i profumi e pure i balocchi. Hai pure la terrazza panoramica! Che poi il panorama è su quelli che fanno il biglietto, ma va bene lo stesso.
Però ti voglio raccontare un fattarello. Te lo racconto come una cronaca sportiva…
17.20: orario di partenza del mio treno AV  Frecciarossa Trenitalia.
Arrivo da te alle 17.10. Sul display campeggia in giallo accecante: ritardo 20 minuti.
Ma tu, Grandistazioni, tu mi offri tali e tante cose; e chi ci pensa a rimanere venti minuti sul binario triste e solitario?
Così scendo in libreria, mi vado a prendere un caffè (una ciofega, ma lasciamo perdere), e alle 17.28 mi dico “Vabbè, andiamo, così faccio con calma”)
17.30: arrivo su, e ti trovo il segnalino rosso del treno: è già partito. Ma come, Grandistazioni? Otto minuti fa, OTTO, mica centoventi, mi hai scritto che aveva venti minuti di ritardo, come cavolo è possibile che sia già partito? Sosta almeno dieci minuti! Ma allora quando scrivevi che aveva tutto ‘sto ritardo, il treno era già al binario!
Vabbè, prenderò il seguente.
Parte alle 17.50. Guardo di nuovo il display. Non dai segni di vita.
Poi scrivi “5 minuti” di ritardo.
Mi incammino (non si sa mai, visto il precedente).
Guardo di nuovo: hai tolto i 5 minuti.
Ne deduco che è in orario.
Ma al binario il treno non c’è.
Lo vedo arrivare.
Rialzo gli occhi: c’è scritto 5 minuti di ritardo, un’altra volta.
Amica Grandistazioni, scusa il mio linguaggio da ometto nato nella capitale, ma che gnente gnente me stai a pija’ pe’r culo?
Il treno arriva.
Togli di nuovo la segnalazione dei 5 minuti..
Salgo.
Il treno parte. Con 12 minuti di ritardo.
Ora, Grandistazioni, credimi, io ti voglio bene per i negozi e i negozietti e pure per Grom e il colluttorio in saccarosio semisolido che vende. Però, come dice il tuo stesso nome, tu sei una stazione, e una stazione serve a PRENDERE IL TRENO! Quindi, prima ancora che i bar, i negozi e i negozietti, la tua preoccupazione dovrebbe essere di dare segnalazioni chiare e limpide ai viaggiatori; ma visto che fai un gran casino, ne devo dedurre che:
ipotesi A) hai dei sistemi di rilevamento-tempi che risalgono all’epoca della TETI, antesignana della SIP che fu antesignana della Telecom. Una cosa dei tempi di quando il capofamiglia rispondeva al telefono nero, alzando una cornetta in piombo da venti chili, e diceva PRRRONTI?????? Una tecnologia un po’ vetusta, probabilmente basata sullo strillo del macchinista che dice ARRIVOOOOO!!!!!!!, quindi a volte non ti accorgi nemmeno se hai un treno in stazione
ipotesi B) l’omino che sposta le letterine sul display fa un pesante uso di canne o alcool e non è molto lucido.
E visto che ci sto, Grandistazioni, te ne dico pure un’altra. Hai fatto dei bellissimi pavimenti nuovi, da qualche anno, accanto ai binari e appena fuori, su via Marsala. Ma te l’hanno detto che quando piove diventano come le piste saponate di Giochi senza Frontiere? Sì, lo so, non sai cos’è, “Giochi senza frontiere” è una cosa dei tempi di “Ente Ferrovie dello Stato”, ma insomma CI SI SCIVOLA, Grandistazioni! Se non ci stai attento dai certe culate che finisci direttamente al craniolesi! Non te l’hanno mai detto che tante volte al treno ci si arriva CORRENDO???
Concludo, Grandistazioni, ricordandoti ancora una volta che tu servi a PRENDERE IL TRENO! E quindi occupati di cose tipo “come farglielo prendere al meglio, il suo treno”, per favore, e non “come fargli spendere i soldi qua intorno facendoglielo perdere, tanto a me che me frega mica so’ soldi miei”. Ecco, se ci pensi mi fai un favore, anche perché non è che il treno lo posso andare a prendere a Ponte Casilino saltandoci dentro tipo Ethan Hunt; mi tocca usare te, non ho scelta!
Grazie.
E adesso scrivo anche all’amica Trenitalia.
Cara amica,
spero che tu metta a frutto le tue capacità d’ascolto. Sei diventata femmina, sei Trenitalia, quindi ascolterai sicuramente meglio del vecchio treno che era maschio e come tutti i maschi, quando cominci a parlare, te lo ritrovi o che si abbiocca sul divano, o che fa sì con la testa e non ti sta a sentire, o con l’auricolare a sentire le partite. Oppure fa la voce da vecchia di centocinquant’anni e si mette a ripetere “Ente Ferrovie dello Stato…”.
Sono tanti anni che salgo su di te per i miei viaggi quotidiani. Pendolo infatti senza requie da Roma a Firenze, a cadenza giornaliera, da dodici anni; ma lo facevo già, sebbene “solo” una volta a settimana, da venti e anche trenta. Una volta c’erano gli Intercity. Partire, prima o poi partivi. Poi a volte arrivavi. A volte arrivavi dopo, a volte molto dopo, a volte ti disperdevi sui binari, e non c’era manco “Chi l’ha visto?” per riportarti a casa. C’erano pure i compartimenti fumatori, delle piccole camere a gas dalle quali uscivi con la faccia gialla tipo filtro e il corpo sbiancato (dentro, eri tabacco).Però erano comodi! Ti ci allungavi, ti ci sbracavi, ti ci facevi certe penniche che dio solo lo sa! Poi arrivò il Pendolino, e con il Pendolino gli Eurostar, e con gli Eurostar lei, la regina: l’Alta Velocità! Diventasti moderna, diventasti donna libera e intraprendente, diventasti Trenitalia. Un solo difetto, oltre al biglietto che era diventato circa settantacinque volte più caro: i sedili. Rigidi e stretti, con un poggiatesta che era una cengia himalayana, non era possibile non dico sdraiarsi ma nemmeno appoggiarsi. Una mezza tortura. Poi ti sei evoluta. I sedili sono sempre scomodi e stretti, ma i poggiatesta un po’ meno disumani e soprattutto, mediante un’apposita levetta, il sedile è sbracabile e ti puoi rilassare un po’ la schiena.  Certo, lo spazio è quello che è (studiato per un utente medio con le gambe misura Maurizio Costanzo ma un po’ più corte), ma accontentiamoci.
Ma adesso è arrivato il gioiello: il Frecciarossa 1000. Strombazzatissimo qua e là. Dapprima riservato al solo Roma-Milano senza fermate intermedie, adesso dà meravigliosa prova di sé anche su tratte meno blasé. Ci ho viaggiato.  Ti spiego come sono fatti i sedili, Trenitalia.
Estetica: brutti come il peccato. Grigio topo agonizzante, molto chiaro, direi quasi can che fugge.
Comfort. Il materiale è ecoplastica, cioè una cosa che è talmente plastica che va detto due volte: è plasticaplastica (per questo si parla di “eco”). Liscia e lucida, ha un attrito che ricorda il grasso di foca o la sciolina: il che comporta un sistematico e costante slittamento del culo in posizione puntale (cioè finisci in pizzo al detto sedile). Lo schienale è dritto come una maledizione di dio, e la posizione così rigida che manco alla Nunziatella se ti mettono in punizione; e quando sei lì, dopo tre minuti di viaggio che ancora si sente il badum-badum dello spostamento tra binario e binario per trovare la direzione giusta, e hai già la schiena a pezzi, cerchi la levetta per lo sbracamento che ti dia un minimo di sollievo. E lì scopri che la levetta NON C’È! Ma come non c’è? Una cazzo di levetta per stare non dico comodi, ma nemmeno in stile Vergine di Norimberga? Niente. Non c’è, non c’è, non c’è! L’unica cosa fatta bene, che c’era nei vecchi Frecciarossa. l’hai levata, Trenitalia! Ma perché? Ma che ti avevamo fatto di male, le levette sbracasedili? E non hai nemmeno guadagnato spazio: stesso identico numero di passeggeri! Ma io dico, Trenitalia, ma il progettista che hai PAGATO per fare questa roba, di chi cazzo doveva essere figlio per passargli ‘sto progetto? Ma quanto hai risparmiato, togliendo la levetta e la stoffaccia che c’era sulle vecchie vetture? Cinque euro? Sei? Sette? Ma me lo dicevi e te li davo io, Trenitalia! Parla, se hai un problema, sfogati, vabbè che sei donna, ma credimi, avresti trovato ascolto,! E invece no. Eppure sei moderna. Ragiona insieme a me. Ma te l’immagini una casa automobilistica, che ne so, la BMW, che se ne esce con un nuovo modello strafico e dentro, invece del lettore wifi connesso con questo mondo e quell’altro, ci mette il lettore di nastri Super Otto? O che al posto dei sedili ergo-person-figo-nomici ci mette gli strapuntini della Seicento Multipla degli anni sessanta?
Ecco, Trenitalia, tu hai fatto esattamente questo! Ma come t’è passato per la testa? Eppure dovresti portelo, questo problema. Vabbè che fai come cazzo ti pare, tanto mica sei come la BMW che se sbaglia modello ha una marea di concorrenti che se la sbranano: tu te la vedi solo con quella mozzarella di Italo, poveraccio, che i sedili ce li ha direttamente fatti col domopak! E a noi ci tocca prendere te per forza…

In conclusione, cara Grandistazioni e cara Trenitalia, ma perché invece di pensare solo ai soldini e come farne sempre di più, ogni tanto non spendete un mezzo pensierino anche a quelli che, ogni giorno, i soldini li tirano fuori dalle loro tasche per metterli nelle vostre?
Cordialmente
L’ometto che prende il treno

Tutto Edipo minuto per minuto

socrate 
Spettatore. Era seduto accanto a me. L’ho fotografato per voi.

Qualche tempo fa sono andato a teatro. Un Grande Teatro Romano, diretto da un Grande Attore e Interprete dei Flussi Parlamentari Italiani. Andava in scena una Grande Tragedia Greca, anzi due: Edipo Re e Edipo a Colono. Interpretate da un Grande Vecchio del Teatro Italiano e da un Non Tanto Grande e Non Tanto Vecchio del Teatro Italiano. Ve ne racconto le fasi salienti.
EDIPO RE, MINUTO PER MINUTO
SI APRE IL SIPARIO
Il faccione – All’apertura del sipario, proiettata sulla scenografia (vedi alla voce seguente), viene proiettato un enorme faccione di donna. Scompare dopo l’apertura. Se ne ignorano origine, ragione e funzione. Probabilmente la nuova fidanzata del Direttore del Grande Teatro Romano.
La scenografia – Molto imponente, come si conviene a un palcoscenico enorme come quello del Grande Teatro Romano, ricalca in pieno la tradizione delle Grandi Scenografie dei Grandi Teatri Stabili Italiani: è imponente, evidentemente costosissima, fa un grande effetto, ad apertura sipario. Poi non c’entra niente con tutto quel che segue. In mezzo al palcoscenico una pozza d’acqua quadrata, che evoca lo sciacquacaviglie della piscina del Foro Italico, sulla quale all’inizio piove, vera acqua, dall’alto.. Gli attori ne entrano e ne escono continuamente. Il ciaff ciaff dell’acqua sarà il climax emotivo di tutto lo spettacolo.
ECCO I PERSONAGGI 
Il Sacerdote – Compare sulla scena, vestito come lo zio di Pippi Calzelunghe in gita domenicale, a pesca di trote. Così, impermeabile stile lavori in corso e calosce ai piedi, sopravvive alla pioggia scrosciante (scroscia nella scena iniziale e poi mai più), e all’infradiciata dei piedi, durante le continue sguazzate in acqua. È un’interpretazione molto volitiva, testimoniata anche dal fatto che nei momenti di maggior pathos, oltre ai canonici bicchieri di cristallo, si rompono anche quelli di plastica. Il tono conferito al personaggio è dolente e tonitruante; la credibilità è un filino più in basso di quella che potrebbe avere Abu Bakr al-Baghdadi, califfo e leader dell’Isis, impiegato in uno spot per l’otto per mille in favore della Chiesa Cattolica.
Edipo – Ed ecco che entra in scena il Non Tanto Grande e Non Tanto Vecchio. Nei panni di Edipo, sarà il mattatore della serata. Anch’egli dolente e tonitruante, anche se tonitrua un po’ meno e duole un po’ di più dello zio di Pippi (il Sacerdote); tranne quando lo affronta, con cipiglio; e mentre pronuncia le immortali parole “O STIRPE, PERCHÈ, DI SUPPLICI PEANI PIANTI È PIENA?”, si capisce che la mise da pescatore serve allo zio per ripararsi, oltre che dall’acqua, dalla sputazza del re. Ma che grinta, che tempra, Edipo! Mantiene infatti la stessa postura dall’inizio alla fine, il capo fortemente incassato nella schiena. Voci non confermate sostengono che il regista, per accentuare il tormento del personaggio, gli abbia direttamente segato il collo. Ma si tratta di un’ipotesi improbabile; le corde vocali sono intatte, e vengono usate in alternanza “on-off” (o sta zitto o strilla).
Creonte – In giacca e cravatta, alto e allampanato, comunica una carica emotiva inusuale. Nella voce, nei gesti e nel peso conferito al personaggio, ricorda da vicino l’Uomo Focaccina, visto su “Shrek”.
Tiresia – Il Grande Vecchio della scena teatrale calca ancora una volta il palcoscenico del Grande Teatro Romano. Appare solo per cinque minuti, quindi si ritira dopo aver annunciato la sciagura imminente. Ma che era una sciagura ce n’eravamo già accorti da soli…
La Donnetta – Con Tiresia arriva anche una Donnetta, che si inginocchia. Poi si alza e se ne va. L’unica interpretazione possibile è che si trattasse di una maschera che aveva sbagliato porta, e si è ritrovata in palcoscenico per caso. Potrebbe anche essere la badante ucraina di Tiresia, taciturna per scarsa padronanza della lingua.
Giocasta – Ieratica, una voce bella e nitida. Perfetta la scansione sillabica, apprezzabile soprattutto nella memorabile battuta “Il treno Alta Velocità 9051 proveniente da Milano è in arrivo al binario 5”… ah no, la battuta era un’altra, ma l’intonazione era proprio quella. Non condivisibile la scelta del regista di farle ingoiare una stampella.
Servo di Laio – Entra in scena dalla platea, vestito anche lui come lo zio di Pippi Calzelunghe. Si esibisce in una meravigliosa camminata antinaturalistica, da cui si evincono seri problemi alle anche. Di nuovo, si sospetta lo zampino del regista; probabile una manomissione all’attaccatura dei femori, per farlo muovere “a granchio/papero”.
Il Nunzio – Straordinario tocco di regista e costumista: caratterizzare il personaggio mediante un’antica divisa da controllore dell’ATAC.
Oggetti scenici
Le valigie – A un certo punto calano dall’alto due valigie. Essendo totalmente prive di senso drammaturgico e scenico, l’interpretazione più accreditata è che contengano i 250.000 euro di denaro pubblico spazzolati dal Grande Teatro Romano, che ha ospitato il capolavoro in questione. Nell’altra invece i due milioni (DUE MILIONI, non trattasi di refuso) che il governo gli ha destinato, in più, per simpatia. D’altra parte, quale gestore di teatro non ha mai ricevuto due milioni di euro calati , a pera, dall’alto?
Il microfono – In due momenti, quando prima Edipo e poi Giocasta si rivolgono alla cittadinanza (dimostrando peraltro una scarsissima conoscenza dei social network), usano un microfono che cala dall’alto, al centro del proscenio. Straordinario coup de theatre della regia che riesce a svegliare almeno metà del pubblico, già da tempo soggiacente in “posizione meditativa”.
Il finale
Fantastica, infine, la curvatura dello spaziotempo, grazie alla quale i 75 minuti di spettacolo durano 75 anni. Alla fine avevo l’età del Grande Vecchio. Ma non la sua invidiabile forza: lui è rimasto in scena per un’altra ora. Io me ne sono andato, al grido di “Edipo accollo-no!”.

Naja 1986, cronache dal servizio militare. Terza parte: “Soldato vero”

paz

Ed ecco che finalmente, dopo i primi approcci alla vita militare, si diventa dei veri soldati…

CECCHINO PER LA PATRIA!
Il moschetto
Era il Garand, fucile usato dagli americani nella Seconda Guerra Mondiale. Quarant’anni dopo non era proprio all’avanguardia, ma gli italici occhi di falco avrebbero certo fatto la differenza.
La bomba
Già ci vedevano come Rambo, a lanciare le mitiche bombe a ananas, quelle del cinema. “Ma che siete matti?” Il caporale addestratore mise le cose in chiaro. “Quella è una bomba offensiva, lancia le schegge, rischiate seriamente di farvi male! No, usiamo questa: la SRMC 35” E tira fuori quello che pare a tutti gli effetti un barattolo di conserva, abbastanza piccolo. Lì per lì penso che la aprirà e ci offrirà i peperoni sottolio. Invece è proprio una bomba. “È una bomba difensiva”, aggiunge “serve a fare casino e a proteggere la fuga Praticamente è un petardo. Per farvi male ve la dovete tirare sui piedi”. Anche questo, un ordigno era nuovo di zecca: “35” era l’anno di fabbricazione…
L’addestramento
Nel cortile della caserma s’era provato e riprovato. A fucile rigorosamente scarico, ca va sans dire, sennò il giorno dopo finivamo tutti sul giornale (pagina: necrologi).
Il rituale era semplice: ti chiamano, vai in postazione (detta “piazzola”), ti sdrai, carichi il fucile, prendi la mira e spari. Esaurito il caricatore, ti alzi e strilli “piazzola numero uno arma scarica!”, come ci aveva detto il caporale, ovviamente declinando il numero a seconda della propria piazzola; ce n’erano sette, una accanto all’altra. Accanto a me c’era di nuovo Merola, il commilitone con cui avevo condiviso la prima notte. La prima notte di piantone, non fatevi altre idee…Merola è il sesto della fila, ma dopo la trafila mi chiamano-mi sdraio-sparo (cioè faccio finta)-mi rialzo, strilla, o meglio mormora, “piazzola numero uno arma scarica”. “Merola che cazzo dici?” tuona il sottotenente presente all’addestramento, un genovese più incazzato di Beppe Grillo a un comizio. Merola si insacca nelle spalle e risponde “ma il caporale ha detto uno, quello poi si incazza con me”. I sottotenente ripete e Merola ripete a sua volta. La cronologia cromatica del sottotenente è la seguente:
0’01”         primo urlo contro Merola.
Genere: richiamo generico.
Colore delle gote del sottotenente: lievemente rossastro.
0’10”secondo urlo contro Merola.
Genere: richiamo con insulto.
Colore delle gote del sottotenente: fortemente rossastro.
0’20” terzo urlo contro Merola.
Genere: richiamo con insulto doppio e minaccia di punizione.
Colore delle gote del sottotenente: bordeaux. Affiorano alcune venuzze sulla fronte.
0’30” quarto urlo contro Merola.
Genere: richiamo con insulto doppio, sospetto di presa per il culo e minaccia di processo militare.
Colore delle gote del sottotenente: stile alpino dopo quarantesimo bicchiere di grappa. La fronte è attraversata da quelle che sembrano arterie, di un certo spessore.
0’40” quinto urlo contro Merola che continua a ripetere di temere la reazione del caporale se nomina una piazzola diversa dalla numero uno.
Genere: richiamo con insulto doppio e bestemmia stile toscano (fiorita: “Madonna banana”, a essere precisi), certezza di presa per il culo e minaccia di Norimberga con fucilazione alla schiena.
Colore delle gote del sottotenente: blu notte. Svariate vene gonfie stile Arno/Firenze 1966 rendono la fronte identica a quella di Massimo Ranieri sull’acuto di “Perdere l’amore”.
0’50” sesto urlo contro Merola che non cambia versione.
Genere: sequela di fonemi scarsamente comprensibili.
Colore delle gote del sottotenente: vedi alla voce “aborigeni australiani” (ai quali ormai somiglia in tutto e per tutto, se non fosse per la divisa che da un momento all’altro temiamo venga stracciata, stile Hulk.
1’00” il sottotenente abbassa il tono di voce, spadella fuori dalle orbite gli occhi, fossa dritto dritto Merola e gli chiede, con tono apparentemente calmo: “Merola, ma tu davvero non capisci?”. Merola risponde di temere la reazione del caporale se non dice “piazzola numero uno”.
Colore delle gote del sottotenente: bianco.
1’10” il sottotenente sviene tra le braccia del caporale mentre Merola continua a ripetere “piazzola numero uno arma scarica”
La partenza per il poligono di tiro
La partenza è epica.
Sveglia alle 4.30. Il giù dalle brande non conosce esitazioni: oggi si diventa veri soldati! Cecchini, forse. Sprezzanti del pericolo e del gelo notturno (luglio a Barletta, non più di 20°C…vabbè, sopra lo zero, ma non soffermiamoci su questi particolari), ci catapultiamo dentro ai camion.
Il poligono di tiro
Ma eccoci di nuovo in viaggio. Si spara; le bombe le tireremo un’altra volta. Ci hanno dato un kit di sopravvivenza, cioè due succhi di frutta e un bel po’ di cioccolato fondente. Un’oretta, e ci siamo.
Parla il caporale.
“Mi raccomando non fate cazzate. Tu, tu, tu e tu” e in quattro scattano sugli attenti. “Voi dovrete stare ai margini del poligono, e dovete tenervi le radio attaccate al collo
“Fico!” esulta uno “Ma con chi dobbiamo parlare, con lei?”
“Non dovete parlare con nessuno, le radio sono tutte rotte
“E allora che ce le mettiamo a fare?”
“Ve le mettete perché poi arriva il colonnello e se non le vede si incazza
“Ma non lo sa che sono rotte?”
“Certo che lo sa, ma dovete fare la figura lo stesso
Ecco, comincio ad apprendere che “la figura”, in questo maschio luogo che ci dovrebbe trasformare in macchine da guerra, ha il suo peso. Ma vado avanti, sprezzante del pericolo. Ed eccoci in postazione. Stavolta è il sottotenente, che è riuscito ad allocare Merola in un altro gruppo di fuoco, insieme ad altro sottotenente, che parla.
“Ragazzi, sia chiara una cosa. Stavolta i proiettili ce li avete sul serio in canna, quindi non fate cazzate. Soprattutto quando dovete mettere i proiettili in canna: levate le mani e non avvicinatele all’otturatore, che è a scatto, e ci rimettete le dita; fate fare tutto ai caporali, che loro sanno come si fa!”
Questa non ce l’avevano detta in addestramento. In effetti, come vedrò dopo, l’otturatore scatta tipo ghigliottina e se non sei svelto ti ritrovi con nove dita e mezzo (con un paio di falangi almeno in canna). Il tempo di metterci in fila (ovviamente: il primo scopo non viene mai meno!) ed ecco che, uno dopo l’altro, si comincia. Vanno però prima definiti i turni per gli zappatori. Voi direte “e che c’entrano gli zappatori?” C’entrano, c’entrano: sono i militi zappatori, tutt’altra cosa dai contadini. Se ne selezionano sette per volta, tante quante sono le piazzole. A un’ottantina di metri dalle postazioni ci sono le sagome cui sparare, le classiche sagome di cartone con i punteggi per i bersagli centrati. Che ficata, penso: come nei film americani! Ma ancora una volta, parla il caporale.
“Ragazzi, quando hanno finito di sparare da tutte le piazzole, io strillo zappatori!!! e voi dovete partire. Mi raccomando, vi dovete mettere gli elmetti
“E perché?” chiedo.
“Per i proiettili. Ma state tranquilli che vi muovete solo quando hanno finito tutti di sparare”
“Anche perché se sparano non è che con l’elmetto non mi prendono…”
“Lo so, ma se non avete l’elmetto il colonnello s’incazza
Comincio a pensare che questo colonnello deve avere un pessimo carattere, ma pare che negli alti gradi sia un requisito indispensabile.
“Portatevi lo scotch di carta
Lo scotch di carta?
“Con quello tappate i buchi e comunicate i punteggi”
Già comincio a riacquistare entusiasmo. Chissà chi sarà il cecchino della compagnia?
“In realtà troverete le sagome completamente bucate da centinaia di colpi. Dovrebbero cambiarle sagome ogni volta, ma non le cambia nessuno. Si sostituiscono solo quando si squarciano completamente”
“E come li distinguiamo i colpi che hanno sparato adesso da quelli vecchi?”
Non li potete distinguere; andate lì, mettete qualche pezzo di scotch a caso e poi scrivete il punteggio”
“Ma se lo scotch lo mettiamo a caso…”
“Esce fuori un punteggio a caso. Lo so. Ma fate così perché sennò…”
Il colonnello che s’incazza arriva appena prima il mio turno da zappatore. Molto marziale, passo deciso, controlla con soddisfazione la perfetta macchina bellica del suo reparto. I baffetti gli incorniciano la boccuccia che ha invece piccola, femminea, labbra grosse e quasi disegnate. I capelli corti gli restituiscono la marzialità del ruolo che in effetti, con la panza che si porta appresso, gli fa un po’ difetto. A dirla tutta, impettito com’è, più che del falco ha del pinguino; però recupera occhieggiando con sguardo torvo e ducesco la perfetta messinscena. Ma non posso distrarmi, perché arriva il grido: “zappatori!” e devo precipitarmi. Mi metto l’elmetto in testa Ma non ce ne sono per tutti, e ci si scambia gli stessi sette, tante quante sono le postazioni da controllare. Solo che il mio è troppo grosso e mi sbatte sulla capoccia, per cui corro con taccuino, penna e scotch in una mano e l’altra mano sulla testa per tenere attaccato il copricapo. A quello vicino a me è andata peggio: ha una capoccia stile anguria e si deve reggere l’elmetto in cima alla testa, stile ombrellino che esce dal gelato. Metto lo scotch a caso come ordinato, Comunico un punteggio stratosferico, creando dal nulla un nuovo tiratore scelto. E poi, infine, tocca a me sparare. Non avevo messo in preventivo il casino che fa un fucile quando spara. Ma casino forte! Sparo i primi due colpi mirando più o meno alla sagoma, poi chiudo gli occhi e spingo il grilletto, che almeno finisca presto sta cosa assordante!

La mattinata volge al termine. Torniamo in caserma. Abbiamo sparato a casaccio proiettili inseriti dai caporali, abbiamo mandato messaggi radio da apparecchi fuori uso, abbiamo controllato buchi a caso dando punteggi a caso dopo esserci rotti i timpani e in qualche caso aver rimediato un bel bernoccolo sulla testa causa elmetto dello zappatore. Il colonnello alla fine s’è incazzato lo stesso perché uno s’era appoggiato a un muro e si presentava molle. E le bombe? Sarà per un’altra volta…anzi, per me proprio non sarà, perché di lì a poco mi busco un malanno con febbre a 41, ricovero in ospedale, convalescenza e trasferimento al reparto alla fine del periodo barlettano. Evviva l’esercito italiano!

 
ROMA: IL REPARTO
E alla fine arrivo a Roma. Caserma centrale, Macao, a Castro Pretorio. Mi ha detto bene! Reparto: Autieri. Che non sarei mai stato un grande soldato l’avevo capito già prima di partire. Poi la malattia mi aveva privato della fondamentale esperienza del giuramento, e non avevo nemmeno lanciato il petardo difensivo. Infine, questo reparto. Dovete sapere che tutti i Corpi militari hanno un loro motto, anzi ne hanno parecchi. I fanti hanno, tra gli altri, “Osando vinco”; i paracadutisti “Della Folgore l’impeto” o “Super vires audaces”; i Pionieri del Genio “Per aspra via ad aspra meta”.
Io finii negli Autieri. Motto: “Nella guida l’impegno”. Ora, io non lo so se uno non-militare ci nasce o ci diventa. Certo che un motto del genere è un segno del destino…
Comunque comincio a scarrozzare militi di svariati ordine e grado per la Capitale, a bordo di un fiammante pulmino Fiat 900, che scopro essere la struttura meno stabile al mondo dopo la Faglia di Sant’Andrea e la coesione interna della sinistra italiana. Mi assegnano al Comando del Corpo Sanitario, al Celio. Tutti i giorni alle sette e mezzo sono alla Stazione Termini, dove devo prendere un impiegato della difesa, che comincia alle otto e finisce alle undici, ora in cui se ne torna a casetta sua Porta plichi e lettere ai vari uffici della Difesa e dello Stato Maggiore, per conto del Comando Sanitario. Il web ancora non è diffuso, ma i fax esistono da una vita; eppure l’indomita figura dell’impiegato consegnatore esiste e resiste. Costui, che chiameremo convenzionalmente Er Piagnone (non ci crederete ma il suo cognome vero ne era un perfetto sinonimo), era specializzato nel lamentarsi, dal momento in cui metteva piede nel pulmino fino a quello in cui ne scendeva. Ce l’aveva, nell’ordine: con il treno che tardava, con il pulmino che era scomodo, con il traffico di Roma, col suo capufficio, con i suoi colleghi (tutti), con il Ministero della Difesa, con lo Stato Maggiore, con lo Stato Italiano, con lo Stato delle Cose, con la struttura ultima della materia, con la teoria quantistica (non sapeva nemmeno che volesse dire “teoria”, ma se l’avesse saputo ce l’avrebbe avuta anche con la teoria), con le teoria delle stringhe, con le stringhe delle sue scarpe che si slacciavano sempre. Sostanzialmente ce l’aveva con la moglie, fosse stato scapolo sarebbe stato un uomo felice. Anche la moglie sarebbe stata felice, credo. Scaricato Er Piagnone, che se ne torna a casa, vado al Comando. Alle nove impiegati e militi sono tutti presenti. Al bar, ovviamente Poi vanno in ufficio, dopo un’oretta che risulta inevitabile per l’attraversata dell’ampio piazzale (50 metri), la digestione e il commento dei fatti del giorno. Segue lettura giornale. A mezzogiorno e mezzo non trovi più nessuno, neanche a pagarlo oro, Tranne un giorno a settimana in cui fanno gli straordinari, fino alle due. Il 27 del mese è un giorno faticoso: li accompagno tutti, a turno, a ritirare lo stipendio a via Napoli, sede del Ministero e dello Stato Maggiore. Poi vanno a casa perché la giornata è stata molto impegnativa (fanno le file anche loro, mica solo noi!). Al pomeriggio si aspettano le nuove consegne. Particolarmente temuto è l’accompagnamento di un certo tenente colonnello, un tizio che ha una cinquantina d’anni e ne dimostra settanta. È responsabile degli stipendi. Quindi temutissimo e riveritissimo da graduati di ogni genere e specie. Gode di accompagnamento a casa a qualsiasi ora del giorno e della notte, se serve. Oltretutto è noto per essere scorbutico e per insultare tutti gli autisti. Io me la cavo abbastanza bene, le tre volte che tocca a me: solo un “porcoddio e che non l’hai vista la buca?” (segnalo ai non romani che per evitare le buche a Roma ci vuole l’aliscafo), un “ma che sei coglione? Ti ho detto di girare a destra!” dopo che avevo girato a destra esattamente come voleva lui, e infine un “tutti i deficienti li mandano a me!” perché non ho accelerato sul giallo come voleva lui. Segnalo en passant che qualsiasi infrazione al codice comporta punizione di rigore; per l’autista, ovviamente, non per l’ufficiale che gliel’ha ordinata
Il congedo
E giorno dopo giorno, mese dopo mese, anche il servizio militare arriva alla fine. Festeggio con tutti gli altri. Tutti tranne uno. Mauro, il mio compagno di branda, si congederà tre giorni dopo. Ha subito una punizione di rigore. Per un’infrazione al codice della strada (niente di tremendo, un’inversione su strada deserta alle undici di sera…). C’è stato il “processino”. Accusa: il comandante del reparto. Difesa: io. Sì sì, avete letto bene: io. Viene infatti scelto un soldato più o meno a caso per difendere l’accusato. L’unica cosa che posso fare è implorare il perdono, dicendo che Mauro non ha mai subito nemmeno un vago richiamo, e che in tutto l’anno, con uno dei servizi peggiori si tutta la caserma, a scarrozzare il suo capo dalle sei del mattino fino alle otto di sera, una punizione proprio non se la merita. Mi balena per un momento di dirla tutta, al processo, e cioè che l’infrazione Mauro l’ha fatta perché il colonnello che accompagna, sempre lo stesso, aveva una gran fretta di andarsene a casa e gliel’ha ordinato. “Ma che sei scemo?” mi dice il sergente, cui annuncio la mia intenzione “Così lui i tre giorni se li becca lo stesso, e tu passi un guaio serio perché il colonnello ti fa nero”
Quindi mi limito alla solita manfrina che il comandante nemmeno ascolta, per poi rifilare la punizione al malcapitato.
E il gran giorno arriva.
Riconsegno la divisa e esco dalla caserma.
Libero!
Ripenso al viaggio di andata, alle paure che avevo, ai gaudenti in partenza, alle due ragazze canadesi, alla malattia e all’ospedale di Bari, a Merola che non riesce a imbroccarne una, ai turni con il pulmino Fiat, a Mauro che sta ancora là dentro. Un’ultima occhiata al parco macchine che si muove ogni mattina. Volto le spalle e dico, tra me e me, “ Sai che c’è, servizio militare? Vaffanculo!” e me ne vado ridacchiando.

Avessi saputo che, con la stessa parola, trent’anni dopo si sarebbe potuti arrivare ai vertici della politica italiana, quel vaffanculo me lo sarei coltivato con più attenzione!

Naja 1986, cronache dal servizio militare. Seconda parte: “Barletta, Centro Addestramento Reclute”

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Il treno partiva a mezzanotte da Termini, destinazione Barletta. Ci andai scortato dalle mie sorelle. Me l’ero immaginato in tono con il mio umore: vagoni neri, forse piombati; dagli altoparlanti la marcia funebre di Chopin (o un disco di Claudio Lolli, Marco Masini all’epoca non aveva ancora cominciato a mietere vittime); donne e ragazze velate di nero che prorompono in strazianti grida, figghiu miu che ti ficiru; ai cartelli di partenza a inizio binario grappoli di suicidi, impiccati, per non partire. Forti ritardi, infine, per le schiere di disperati che si erano gettati sotto il convoglio. E invece era tutto molto diverso da quello che pensavo. Appena arrivo in cima al binario si sente un casino pazzesco. Torme di premilitari urlano cori stile stadio, in preda a un’eccitazione del tutto fuori luogo che tradisce, non si capisce bene, o un preoccupante crollo del Quoziente d’Intelligenza, o una paura talmente fottuta da doversi mascherare da allegria. O tutt’e due le cose. Emigro verso vagoni più tranquilli. Supero, passo dopo passo, la tentazione di gridare “scusate ma che cazzo ciavete da essere contenti?” e raggiungo un vagone più tranquillo, dove gli ossessi non hanno messo piede. Mi siedo in uno scompartimento insieme a due ragazze canadesi, in viaggio per il Belpaese, un po’ stralunate, che non capiscono dove cavolo siano capitate. Benedico il mio broken english e passo all’attacco; fino alle quattro di notte me le spupazzo, ahimé solo a chiacchiere, alla faccia del branco previamente decerebrato che ha continuato a inneggiare all’anno di naja.
Ma la notte passa, e alla fine, verso le sette, ecco il lugubre profilo della stazione di Barletta. Un breve cenno, e un soldato sul marciapiede mi indica un camion: deportati subito in massa verso la caserma. Sarà una giornata lunga ed estenuante. Comincia la formazione di un Vero Uomo, anzi di più: la formazione di un Vero Italiano. E cosa fa un vero italiano? Sta in fila. Quindi come primissima cosa ci mettono in fila. Tipo poste. Ma peggio. In fila per tagliarsi i capelli. Ma io già me li ero tagliati! Non importa. Fai la fila uguale, poi ti guardano e dicono “va bene così”. In fila per ritirare il vestiario. Due su tre, sbagliano la taglia, quindi poi bisogna rifarla per cambiare la divisa, e più che una fila diventa un allegro circolo. Io mi ritrovo con una taglia Bud Spencer, che potrei tranquillamente affittare a un’intera famiglia di filippini vestendoli tutti quanti. Se consideriamo che all’epoca ero esattamente come sono adesso, 165 cm. per 59 chili, sorvolando sul fatto che il peso in capelli è stato sostituito da analogo in rughe, ci possiamo fare un’idea abbastanza precisa del fine ultimo della Prima Giornata del Milite Italiano: addestrare il giovine alla Sacra Fila. Infatti l’addestramento prosegue: in fila per l’assegnazione del posto, in fila per il rilascio del tesserino militare, in fila per i cessi. E appelli, appelli, appelli e contrappelli in continuazione. Infine, in fila per andare a mangiare. La mensa. C’è una vasta letteratura orale, tramandata di scaglione in scaglione, sul vitto militare. C’è chi giura di aver sorpreso una famiglia di sorci nelle gigantesche pignatte, chi da addetto alla cucina ha trovato quarti di bue con stampato sopra “anno 1956”, persino quello che nel congelatore ha rinvenuto un dinosauro perfettamente conservato. La tradizione narra anche che uno, a inizio anni settanta, nel congelatore ci si è imboscato per non fare un cazzo, e sta ancora lì, ibernato. Ma poi arriva il pasto; e di colpo tutte queste narrazioni à la Landolfi scompaiono.
Ho davanti agli occhi un piatto di pasta con il sugo, e una fettina con contorno. La pasta è al dente, anzi direi meglio contro dente; diciamo che appare come fosse stata scolata dopo una cottura di due minuti. Infatti frantumo subito quel paio di premolari che si erano miracolosamente salvati fono ad allora dalle carie che, come detto invano al medico militare, otturate cura seduta dopo seduta mi infestano la bocca. Il sugo ha un sapore insolito, a metà fra la mostarda e i condotti in plastica per il percolato. Ma di mostarda sa molto poco. Non avete mai mangiato un condotto in plastica per il percolato? Non fatelo: ha il sapore della pasta al sugo del 47mo battaglione fanteria Salento. La fettina di carne mi riporta a esperienze più familiari. La mia cagnetta, Luna, giocava spesso con un osso finto, fatto apposta per essere morso per giorni e giorni senza essere intaccato. Ecco, la fettina la potevi masticare quanto volevi ma la fibra era in duralluminio: o la ingoiavi intera, o la sputavi. Venendo presumibilmente riciclata nei pasti successivi. Poi c’è il contorno ma la mia psiche ne ha rimosso il ricordo. Presto il pranzo finisce, e l’introduzione alla vita della caserma continua ancora per qualche ora.
Finché, verso le 18, un nuovo appello.
“Moretti!”…presente…”Merola!”…presente (dice Merola).
“Voi due, fate i piantoni. Siete di servizio fino a domattina alle otto”
Il piantone sarebbe il soldato di guardia, non armato, all’interno della camerata. Non a caso il nome, “piantone”, evoca una pianta. Il problema è che il piantone, oltre a essere generalmente bruttino e perciò non ornamentale, non produce ossigeno. Piuttosto, produce anidride carbonica e altri composti chimici innominabili, elaborati dopo il pranzo a mensa. Altra differenza con la pianta: il piantone ogni tanto va a pisciare, cosa che peraltro contrasta con la sua funzione primaria, anch’essa non posseduta dalla pianta: controllare il passaggio. Nelle ore vietate, tutti fuori dalla camerata. Se succede qualcosa, si avvisa il caporale che comanda la camerata. Comincio. Per cena usciamo a turno, io e il mio commilitone. Dieci minuti per una telefonata a casa, ehi, già sono di piantone!, e poi è il turno di una rapida cena. Mangio cartone a fili colore pastasciutta in liquido oleoso per primo, poi suolette delle scarpe al sapore di suoletta delle scarpe, senza nemmeno il colore della carne, come secondo quindi piante pioniere (quelle che crescono nelle crepe dell’asfalto) come contorno. Per accompagnare tutto, il paneolitico, classico pane da caserma risalente a ere precedenti (con stratificazioni interessantissime per studi geologici). Sera. Notte. Sono sveglio da non so quanto, e durante la notte in treno ho dormito sì e no un paio d’ore. Tento la carta socializzazione e provo a parlare con l’altro piantone. Si chiama Merola, è campano. Dalla faccia non si avvicina nemmeno un po’ ai napoletani caciaroni e sveglissimi con cui faccio regolarmente comunella in vacanza (e con cui la farò anche durante il militare).
“Mamma mia, Merola, sono otto ore che stiamo qua, non ci passa più, vero?”
“Io, quattr’…”
“Eh?”
“Io, quattr’…”
“Come quattro, scusa? Abbiamo preso servizio alle 18 e sono le due di notte…”
“Co’ ‘o treno. Io, quattr’ore…”
“Ah. Capisco”
Fine del dialogo con Merola.
Si arriva al mattino. Tra la notte in treno con le canadesi e quella appena passata in bianco insieme alla pianta-non-ossigenante Merola, casco dal sonno. Manca qualche ora e anche questa palla finirà. Verso mezzogiorno entra un soldato. Capelli e occhi neri. Sguardo: nero.
“Ehm…scusa, ma tu a quest’ora non potresti entrare”
“Ma tu da quant’è che stai qua?” mi risponde, guardandosi bene dal non entrare.
“Da ieri”
“Io sono dieci mesi. E secondo te io non entro?”
Lo guardo bene, mi guarda bene. Mi immagino il dialogo che seguirà.
Non mi interessa, tu qui non entri.
Me lo immagino, che faccia farà quando gli risponderò A me non interessa: questo è il mio compito e tu a me mi devi rispettare.
Poi me lo immagino che mi gonfia di botte come una zampogna. Decido per la linea morbida, scoprendo che la mia trasformazione da rivoluzionario a democristiano è stata sorprendentemente rapida.
“Che ti devo dire, a me hanno detto di fare così e faccio così” concludo.
“Ecco, bravo piantone, tu fa’ così e io entro lo stesso”
Fine del dialogo con Valentino (così si chiamava).
Ma il piantone finisce, e arrivo al giorno dopo! Finalmente, il primo giorno standard di naja. Che bello!
Funziona così:
Alle sei sveglia, giù dalle brande! Tutti in fretta e furia sul piazzale: c’è la reazione fisica. Reazione fisica vuol dire catapultarsi giù dal letto, fuori, a correre. Come fanno gli insensati intorno alla colonna nel cortile del manicomio. Solo che qui si corre nel cortile della caserma, e non c’è nemmeno uno straccio di colonna. L’insensato più visibilmente alterato ha delle mostrine sulle spalle, e incita tutti gli altri. Inutile precisare che non c’è nessuna utilità ginnica nell’operazione; l’unico scopo è insegnare che la fila si può fare anche correndo. Ma a un certo punto vedo uno che non corre. Sta seduto, da una parte. Ha i capelli tutti bianchi. Aspetto decisamente dimesso. Nessuna mostrina sulle spalle: soldato semplice.
“Ma chi è?” chiedo.
“È uno che è andato all’estero e ha disertato; ora è tornato e deve fare il militare, ma ha 44 anni e non gli fanno fare niente”
Ha 44 anni e ne dimostra 88: non so se ha vissuto molto, all’estero, ed è molto provato dalla vita, o se si è ridotto così dopo qualche mese di naja; o tutt’e due.
Ma io corro: devo fare la reazione fisica!
Si arriva stancamente all’ora di pranzo, e c’è una nuova reazione fisica: quella dei denti e delle gengive alle prese con la ghiaia al forno, cioè le patate che passa oggi la mensa. Ho una fame da lupo e mangio tutto. Le patate sono veramente cattive (per fare le patate al forno cattive devi essere un genio: un genio del male, d’accordo, ma sempre un genio…), ma io ho troppa fame.
Dopo pranzo altre amenità, quali imparare a stare sull’attenti e a stare in riposo. Scopro che per riposo (pronuncia militare: “RI-SZO!”) non si intende adesso mettiti un po’ come cazzo ti pare, ma assumere una posizione con le mani dietro, stile sto in pensione e guardo che fanno dentro a questo cantiere, e il piedino destro un po’ stortignaccolo rispetto al sinistro. La posizione attenti (pronuncia militare: “AT-TI!”) invece nasconde delle sorprese, come la fondamentale faccenda del pollice imboscato. La mano destra si mette a paletta sulla fronte, altezza sopracciglio. I mancini vengono redarguiti (corre voce che alla Folgore vengano puniti con lo svitamento di entrambe le mani e lo scambio, mano destra al polso sinistro e viceversa, senza anestesia). La destra e solo la destra, quindi: e il pollice deve essere nascosto, per l’appunto imboscato. Sennò vieni punito (corre voce che alla Folgore se sbagli ti congedano e ti rimandano a casa, ma con sole nove dita). C’è gente che si esalta perché riesce a mettere il pollice imboscato. Ci si accontenta di poco…
E presto è ora di cena. Barletta, sei mia! Già mi immagino lo struscio delle ragazze, le discoteche in procinto di aprire, la nightlife che scalpita per uscire fuori, è luglio, e mi viene in mente che a Roma si stanno già scatenando per la notte…ed ecco che sono pronto per uscire. Jeans con le bretelle e maglietta. Appena mi vedono, gli altri erompono in un oooh! Di stupore:
MA COME TI SEI VESTITO?
Come mi sono vestito? Vuoi vedere che nella fretta ho indossato la mia tuta da astronauta? Eppure no, è tutto normale: ho i jeans e una maglietta. Sì, ho le bretelle al posto della cinta, ma che c’è di strano?
BRUUUUUCE!
In effetti ho una maglietta di Bruce Springsteen, comprata l’anno prima dopo il concerto di Milano; ma ne ho anche una dei Clash e una dei Pink Floyd, se è per questo, le portano tutti magliette così…
HA LA MAGLIETTA DI BRUCE SPRINGSTEEN!
Scopro di essere improvvisamente diventato un personaggio. Uno strano. Perché ho la maglietta di Springsteen. E vabbè. Da quel momento non sono più Stefano ma, per tutti, “Bruce”. Insomma i miei compagni di naja non brillano per originalità; a me sembrano tutti teletrasportati in massa direttamente dagli anni cinquanta. Ma c’è di peggio, Arrivati a Barletta centro (una strada + una piazza + una statua), ecco la prima drammatica scoperta. Mancano le ragazze! O non escono, o escono con il fidanzato, o se escono da sole hanno un cordone di indigeni maschi che ti guardano storto perché già sono poche, se ci si mette pure il migliaio di militi in libera uscita, per loro è finita…insomma la libera uscita è peggio della caserma! Il tempo di una pizza e ce ne ritorniamo tutti in coro, io e i ragazzi del secolo precedente, alla nostra accogliente camerata.
Giorno dopo giorno, fila dopo fila, si allunga la brevissima striscia delle ore di naja buttate alle spalle, e si accorcia quella, ancora immensa, delle ore ancora da passare. Ma presto arriveranno giorni decisivi: tutti in gita al Poligono di tiro! Diventeremo un manipolo di spietati cecchini?

L’immagine all’inizio del post è del grande Andrea Pazienza, dalla storia “Aficionados”.
Segue la terza parte “All’armi! All’armi!”

Naja 1986, cronache dal servizio militare. Prima parte: “Ancora in abiti civili”

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Trent’anni fa, 1986.
Uscivamo da un inverno molto molto freddo. A Roma non nevica quasi mai, l’anno prima c’era stata una nevicata molto forte, e nessuno, quell’anno, si aspettava ancora neve. E invece ne cadde, ancora di più. Un anno particolare, sotto tutti i punti di vista.
Io avevo fatto morfologia generale.
E già, perché ero, o meglio ero stato, uno studente universitario. Ma dopo quattro anni, e la miseria di cinque esami superati, avevo capito di non avere la stoffa dello studioso. La memoria, all’epoca straordinaria, non bastava: non avevo la tenacia necessaria per portare a termine quell’impegno. Ma c’era la naja. E già. All’epoca non si scappava: il servizio militare era obbligatorio, per tutti. Quindi o facevo gli esami all’Università, e arrivavo alla laurea rimandando la partenza, o mi segavo una gamba, o partivo militare. Da basco e divisa se ne usciva solo con il servizio civile. Ma se ne favoleggiava oscuramente, disegnando scenari deliranti. Sarei finito in clausura, a fare il guardiano da solo in mezzo all’oasi naturalistica di Orbetello. Un uomo e una palude. Oppure mi avrebbero rinchiuso in un ospizio a lavare i cessi. O forse mi avrebbero ridotto a fare il guardiano di un faro, o direttamente in ceppi, recluso in un’antica prigione come il Conte di Montecristo. Insomma, cose dell’altro mondo. E durava pure di più del servizio militare: diciotto mesi contro dodici! Ma c’era una terza via. La raccomandazione! Chi non vantava, a Roma, almeno una conoscenza in un ufficio sensibile, un ministero, una caserma? Così mi ero armato di santa pazienza e ero andato, in pellegrinaggio, a casa di O.M. Era un personaggio che avevo sempre trovato alquanto detestabile, un pallone gonfiato, un fregnacciaro, ma in quel caso mi serviva, mi serviva come il pane: impiegato di lungo corso al Ministero della Difesa, vantava relazioni importanti e decisamente altolocate in ambito militare. “Sa, io aiuto papà a negozio!” gli dissi argomentando l’intercessione. Ipocrita…sì, era vero che lavoravo, ma quel che mi premeva era non partire, non sprecare un anno! Decisamente, “aiutare papà a negozio ”non era la mia preoccupazione primaria. O.M. la prese da lontano. Cominciò come suo solito a pontificare su tutto. Politica, e non capiva niente di politica: ma io gli davo ragione. Musica: non capiva niente di musica, ma io gli davo ragione. Calcio. Disse che Roberto Pruzzo, il centravanti della Roma, non valeva niente. Riuscii a muovere le labbra in una specie di sorriso, e addirittura riuscii a non gettarlo dalla finestra, per la castroneria che aveva detto.  Voleva dire che ero disposto proprio a tutto, pur di non partire . Alla fine dello sproloquio, O.M. mi rassicurò: non avrei passato la visita medica. Sapeva lui quali leve muovere, dal suo scranno al Ministero della Difesa. Così mi recai con animo leggero in caserma per i canonici due giorni di visite e di test attitudinali. Compilai con attenzione tutte le scartoffie. Bene attento a non risultare troppo appetibile per le Truppe di Madre Patria. Scrissi che non sapevo fare niente: “Sai guidare?” No. “Sai andare in bicicletta?” No. Avrei risposto “no” anche mi avessero chiesto se sapevo camminare, ma non me lo chiesero. Venne poi il turno della visita vera e propria. Smistato di stanza in stanza, c’era sempre un soldato che mi additava a un altro parlando sottovoce. Potevo immaginare i brevi dialoghi: “Questo lo manda il potentissimo O.M., avverti il sergente”; e poi, nella stanza successiva “Questo lo manda l’indiscutibile O.M., avverti il maresciallo” e via via fino al climax; che avvenne quando finalmente fui introdotto in una stanza dove sedeva un militare in camice bianco. Il militare medico. Lasciato sulla soglia, vidi con i miei stessi occhi il soldato parlargli sottovoce. Assentiva, con il capo, senza parlare, dietro un paio di occhiali da sole (un po’ fuori luogo, ma vabbè, sta’ a guarda’ er capello!).
Attesi il mio turno. Liquidava gli altri uno dopo l’altro, senza battere ciglio (anche perché il ciglio ce l’aveva nascosto dagli occhiali da sole). Con un cenno al soldato che aspettava acanto a me, indicò che era il mio turno. Andai.
“Allora…Stefano Moretti…hai mai avuto malattie gravi?”
Ok, mi dissi, siamo a cavallo. Cominciare una visita chiedendo se avevo avuto malattie gravi era un po’ come quando all’interrogazione il professore comincia con “parlami di un argomento a piacere”. O.M. aveva lavorato a dovere. Che uomo. E io che l’avevo disprezzato…. Attaccai col pezzo forte, la difterite, e quindi in uno slalom alla Gustav Thöni discesi tutta la mia vasta anamnesi, miocardite, broncopolmonite, acetone, fino a giungere alle remote zone della rinite vasomotoria e della tendenza ad avere la febbre alta. Conclusi trionfalmente descrivendo la moltitudine di carie che affliggevano le mie arcate dentali. Mi risparmiai la verruca al piede avuta due anni prima e la caduta dalla bicicletta a nove anni. Rimpiansi però di aver omesso la storta alla caviglia su un tubo di gomma, riportata a sette. Il medico militare taceva e trascriveva. Potevo immaginarlo senza leggerlo: “Cardiopatico grave, di fragile costituzione fisica, S.M. è inadatto a prestare servizio militare e se ne dispone il congedo indeterminato permanente”. Mi sembrò quasi di vederlo sorridere al mio indirizzo. Ci metteva un po’, ma per ogni cosa ci vuole il suo tempo. Cominciai a pensare cosa avrei regalato a O.M.; di sicuro uno degli oggetti artigianali che faceva mio padre, un portafoglio in pelle, un portagioie in pelle, una cornice in pelle (non so se si è capito che mio padre era un pellettiere).
“Bene, Stefano Moretti!”
Il medico mi scosse dai miei pensieri.
Si tolse gli occhiali. Lo fece lentamente. Come Clint Eastwood davanti a un cattivo in un film di Sergio Leone. Mi fissò con un sorriso che lì per lì non intesi fino in fondo.
“Sei abile”
Non l’aveva detto a nessuno. Alla fine di tutte le visite si limitava a un “puoi andare”. E soprattutto, a nessuno aveva riservato quel sorrisetto con la boccuccia da joker. Capii in un istante che non ero il solo a cui O.M. stava mortalmente sugli zebedei. Forse portava gli occhiali da sole per fingere di non vederlo, casomai l’avesse incontrato. Ma ormai ero fottuto. Anche per me sarebbe arrivata la naja.
Dopo qualche mese arrivò a casa la cartolina. Avevo sognato di tutto, dall’abolizione immediata della leva obbligatoria all’esenzione per quelli che non arrivavano a un metro e settanta. Avevo ipotizzato anche l’estinzione dello Stato; mi avrebbe risparmiato quell’insopportabile annata in divisa. Ma la cartolina era lì, e non c’era verso di scappare: “Terzo scaglione 1986”. Destinazione: Barletta, 47mo battaglione fanteria Salento. Ma porco giuda, mi avevano proprio fottuto. Un anno sbattuto chissà dove a fare chissà che con chissà chi. A luglio dovevo partire…
Segue la seconda parte: “Barletta, Centro Addestramento Reclute”

Dopo

Grigio 3

Me l’immaginavo diverso, molto diverso. Tanto per cominciare pensavo che non esistesse. La vita oltre la vita, intendo, l’aldilà, insomma l’immortalità dell’anima. Ne avevo una paura fottuta, da vivo. Ah già, dimenticavo: io sono morto. Ce l’ho sempre avuto il difetto di cominciare i discorsi dando le cose per scontate. Ebbene sì: sono morto. Come sia possibile, da morti, dentro una bara di legno e verosimilmente in decomposizione, formare pensieri coerenti, ancora non l’ho capito. Ammesso che i miei siano pensieri coerenti; assomigliano a quelli che facevo da vivo, anzi sono sostanzialmente uguali. Non tanto coerenti, quindi. Ma nemmeno privi di logica, via. Dopo la morte non si cambia; si rimane se stessi, questo posso dirlo con sufficiente certezza. Con qualche ambiguità in meno di quanto voglia dire, da vivi, se stessi. Nessuna opposizione interna, nessun dilemma, nessuna scelta da fare.  Si tratta di non esistere, ed è tutto. Non ho la più pallida idea di come faccio a scrivere, anche se è esattamente quel che sto facendo. Dovessi raccontarvi la sensazione, a me pare di picchiettare come al solito sui tasti del computer. Però l’idea stessa di un computer, per quanto portatile, sottile e leggero, sepolto sotto terra con me, mi pare alquanto improbabile. Ah, certo, un’altra precisazione fondamentale: sono sotto terra. Ecco, se devo parlare di ambiguità è proprio questo che non riesco a capire: com’è possibile essere sepolti e scrivere al computer? E com’è possibile stare rinchiusi in una bara e camminare, voltarsi, girare gli occhi e guardarsi intorno, come sto facendo io proprio adesso? Eppure sto proprio sotto terra, questo me lo ricordo benissimo. Al mio funerale avevo una visione dall’alto, lo chiamano il corpo astrale, o una cosa del genere: mi sentivo svolazzare sopra le teste, sopra quella di mio nipote che suonava un malinconico sax, sopra quelle di tutti gli altri. La mia famiglia, gli amici, tante colleghe, pure qualche allievo (io insegnavo). Devo ammettere che c’era più gente di quanto avessi previsto. Lacrime qua e là. Tutto molto suggestivo, anche se sono riuscito a trattenere la commozione. O forse ero meno emozionato di quanto avrei potuto pensare prima, da vivo, ad assistere al mio stesso funerale. Ma è passato in fretta. Quando mi hanno calato sotto terra mi ha preso una specie di torpore, simile al sonno ma più pesante e allo stesso tempo più leggero, e quando mi sono risvegliato ero solo. Ma torniamo al presente (chiamiamolo così: il tempo quaggiù non esiste). Si cammina, da morti. Ma non come nei film dell’orrore; assolutamente no, mai esistita fantasia più stupida di quella degli zombie, lasciatemelo dire! Si cammina in continuazione. E non si è del tutto soli, mai. Almeno in un certo senso. Intorno ci sono un sacco di altre persone, un sacco di altre persone morte, intendo. Camminiamo. Non saprei dire in che direzione, anche perché non esiste, una direzione. Muoviamo le gambe, ecco tutto. Ma ognuno per conto suo. Ignorandosi. Si può camminare su un prato, poi ritrovarsi in montagna, o in una città, o al mare, che so. Per esempio, se cammini in pianura, una di quelle distese che sembrano senza fine, di solito coltivate a grano, puoi andare avanti per ore, per giorni, per mesi (faccio per dire, ripeto, il tempo qui non esiste). Poi magari ti stanchi. Anche “stancarsi” a dirla tutta è un termine inadatto. Non ci si stanca mai. Al massimo ti accorgi di aver osservato tutto quel che c’era da osservare. E dato che il tempo non esiste, qua sotto, osservi e riosservi tutto, centinaia, migliaia, milioni di volte. Infinite volte. Al punto che di un albero di pioppo posto al margine del sentiero, ad esempio, sai dire quante foglie ha, come sono una per una tutte le sue venature, sapresti disegnare a occhi chiusi su un foglio ogni venatura della corteccia, o zampina dopo zampina le migliaia di insetti che lo abitano. Sai tutte le forme che assume la sua chioma all’oscillare del vento, a tutte le folate di vento che l’hanno attraversato, da quando tu cammini sul sentiero, lì accanto. E sai anche cosa gli accade dentro, quanta linfa ha, i disegni concentrici degli anelli; e com’è quella ferita che gli attraversa la corteccia giungendo fino a dentro, ferita che fece un bambino, una volta, incidendolo con un coltello. Ma non descrivi niente, perché non c’è nessuno a cui descriverlo e perché non importa. Ecco: non importa. Non ti importa. Non ti importa più niente. Questa è la vera differenza tra la vita e la morte; non ti importa più niente di niente, quando sei morto. Certo, anche le cose sono differenti; ad esempio non ci sono i colori, tutto intorno è grigio come un lampione per strada. Anzi il mondo sottoterra è come quei velieri chiusi in una bottiglia, ma invece che in una bottiglia di vetro, affinché tutti lo possano vedere, il mondo sottoterra è chiuso in una specie di pilone di metallo grigio e freddo. Anche la memoria è diversa. Ah, se è diversa…da vivi non c’è niente di più doloroso che avere una memoria. I rimpianti, i rimorsi. Le occasioni perdute, quelle che non ritornano più. E invece da morti ritorna tutto. A volte ritornano, dicevano gli slogan dei film sugli zombies. Ecco, da morti tornano tutte le opportunità della vita. Quella volta che non eri partito per quel viaggio. Quel pomeriggio in cui non le dicesti “ti amo”. E quando desti una sberla a quel bambino che non se la meritava, o quando tradisti il tuo migliore amico. Solo che non te ne importa più niente, perché sei morto. Da morti non si sta male. Vedi tutti quelli che ti sfilano accanto e non ce n’è uno che ti dia fastidio. Non si soffre, da morti. Ma non si può neanche dire che sia un bene; è così, punto e basta. Ora, per esempio, attraverso una città. Grigia, piena di persone morte che vanno qua e là. Tutti come me, diciamo così, spenti. Ricordo perfettamente di averci vissuto, di averla goduta, sofferta, patita. Ne ricordo tutti i colori, le arance coloratissime, i cornetti con la crema, i caffè neri, i ciclisti, le nuvole, il cielo, il sole giallo, certi acquazzoni che ti prendevano di sorpresa, le corse con il vento sulla faccia, il fiume che scorreva placido, e certi prati verdi, e i colori degli occhi di tutti quelli a cui volevo bene. Ma adesso ho lo stesso colore di tutto il resto, grigio, e in tutto il resto mi confondo. Le altre persone morte potrebbero anche avere tutti quanti la mia stessa faccia, o un’altra, non importa. Non importa più nulla, adesso. Importa solo camminare, senza tempo, senza meta, cambiare orizzonte per continuare a camminare, senza tempo, senza meta, senza orizzonte. Solo a volte un pensiero diverso mi attraversa, nelle mie camminate all’aperto. Rinchiuso in una bara, perché allo stesso tempo attraverso il mondo grigio rinchiuso in un lampione grigio, e sono immobile in una bara. Si affaccia, questo singolo pensiero, questa singola domanda. E se vedessi un colore? Uno solo. All’improvviso, in questa notte che non è notte e in questo cielo che non è cielo. Un colore. Verde, magari, con un po’ di ambra dentro. Che succederebbe? Ma è una domanda sciocca. I colori sono vivi, sono la vita. E io invece sono morto. Sono morto proprio perché i colori erano troppo forti (adesso me lo ricordo! Ma guarda…proprio in questo la memoria mi tradiva…che buffo…) . Allora mi si spense la vista, cominciai a non leggere, poi a non scrivere, quindi a non guardare, e alla fine tutto si era bloccato, non camminavo, non ridevo, non piangevo, non parlavo. Mi trovarono una mattina, nel letto. Avevo smesso da ultimo anche di respirare. Forse per questo col mio corpo astrale vidi qualche lacrima, ma tutto sommato molta compostezza, al mio funerale. Perché in fondo ero già morto da parecchio. Sono stati i colori a fregarmi. Già, i colori, proprio loro: troppo intensi. Mi ricordo che odiavo l’estate. Probabilmente il motivo era proprio questo. Ma adesso non importa, non importa più niente. Sono morto, e cammino, cammino, cammino…

A me la musica m’ha rovinato la vita!

Musica

Avrei dovuto capirlo da subito. Altro che la musica mi ha salvato la vita; la musica mi ha rovinato la vita! E qui non si scherza, signori miei! Noi siamo scienza, non fantascienza. Non vi stupirò con gli effetti speciali: dati alla mano vi dimostrerò inoppugnabilmente che l’uso della musica si trasforma facilmente in abuso e crea gravi danni. Mi stupisco di come ci siano ripetute campagne contro l’uso di droghe, fumo e alcool, e non si levino autorevoli voci contro la musica. Sarò dunque io, da questo blog, il pioniere. E lo farò usando la mia stessa storia. Bovary c’est moi, diceva quel tale? Bene, io andrò ben oltre: citerò esplicitamente tutti i guai che la musica ha prodotto nella mia vita. La musica me l’ha rovinata a me. la vita! E da subito: tutto è cominciato che ero piccolo, ma piccolo, ma piccolo…

1) tre anni: Girl, Beatles 

Girl

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I Favolosi Quattro di Liverpool sono i primi, nella lunga fila di responsabili dei miei problemi esistenziali. Il Piccolo Stefano infatti andò in scena per la prima volta in vita sua in veste di interprete, proprio di Girl, anno di grazia 1965. Girl era il lato B del 45 giri in cui, lato A, campeggiava la ben più nota Michelle. Mi calavo infatti nel ruolo di Bambino Prodigio, anticipando nella fattispecie l’Ingiustificato Uso di Maiuscole che avrebbe fatto fortuna sul web quasi cinquant’anni dopo. Non che fossi più bravo di un qualsiasi coetaneo che intonava Mamma mia dammi cento lire, però ero inconsapevolmente trendy e soprattutto, reduce da una lunga e pericolosa malattia (difterite accoppiata a miocardite) pòra cradurella mia, godevo di un’aura da fenomeno a prescindere da ciò che facessi. Il problema era che già in tenera età ero dissociato. Da una parte primadonna e dall’altra mammoletta. Quindi avevo trovato la giusta mediazione: mi esibivo sì, cantando Girl, ma solo se nascosto sotto al tavolo. Il problema è che sviluppai una concezione autolesionista, e cioè che essere timidi paga. Infatti rimasi timido anche alla soglia dei dieci anni, e proseguii per il decennio successivo e quello ancora. Quando mi svegliai dal torpore ciavevo na certa età e, uscito da sotto il tavolino, mi accorsi che avevo perso decenni su decenni. Colpa, evidentemente, dell’inopinato successo da treenne beatlesiano, di quando the cat era on the table e the Girl era invece under the table. Insieme a me…scarafaggi, invece di amarvi avrei dovuto schiacciarvi, mannaggia a me!

 
2) cinque anni: C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, Gianni Morandi


Era appena uscito l’hit di Gianni Morandi e a mia sorella Antonella, tredicenne, garbava assai, come del resto a me: che bello quell’inno contro la guerra! E poi faceva ratatatatatatarata e poi mi piacevano sia elp che ticheturaid che ledigiein che iesterdei. Allora mia sorella mi propose un acquisto a mezzi; e così fu. Lei ci mise cento lire. Io cinquecento. Inutile dire che il giradischi era suo e la gestione del disco divenne immediatamente sua. Vidi dipartire dalle mie tasche una bella monetona da cinquecento, e la vidi approdare nelle disponibilità sororali. Inaugurai così una lunga stagione da persona di sinistra, che bella la lotta, che belli i diritti civili e chi se ne importa se nun ciai ‘na lira. La lezione di solito la si capisce cominciando a lavorare, ma a dirla tutta, anche anni e anni dopo l’inizio delle sgobbate quotidiane, ho continuato a non capirla. Forse, forse, adesso ho qualche barlume di consapevolezza del fatto che pecunia non olet ma micragna sì, però a questo punto è troppo tardi: l’idealismo comunista-italiota-morandiano ha già fatto l’ennesima vittima. Io. Sei simpatico Gianni, anche su feisbuc, ma sappi che mi hai fatto molto, molto male…

3) dieci anni: Una notte sul Monte Calvo, Modest Mussorsgky


A casa mia aveva sempre regnato la lirica, ma a dirla tutta la lirica mi faceva due palle così. Poi con gli anni ho capito che c’è dietro una tecnica straordinaria e si tratta solo di affinare l’ascolto, quindi ho sentito opere su opere e finalmente posso dire, alla mia veneranda età, che la musica lirica mi fa due palle così. Non ci posso fare niente. Ho provato di tutto, anche le cuffie con vinavil in stile alfieriano, ma senza esito: ignorante ero e ignorante rimango, ma almeno adesso so di essere senza speranze. A dieci anni comunque mi ribellai alla lirica casalinga di default; e optai per la classica strumentale. Una notte sul Monte calvo mi faceva impazzire. Il problema è che non mi limitavo ad ascoltarla: la ballavo. Seguivo tutti i passaggi della movimentata suite in salone, agitandomi con una furia autostordente che si concludeva con tuffi stile Cagnotto sul divano. Il bello è che la stessa cosa la facevo con un altro pezzo, Eloise di Barry Ryan; quindi, una volta col classico e un’altra col leggero, finivo sempre in stile Nureyev ibridato Klaus Di Biasi. Credevo in cuor mio di essere molto portato alla danza, mentre i miei movimenti ricordavano più da vicino gli spasmi pre-parto o anche il ballo del quaqua a velocità quadrupla. Quindi scoprire in seguito che non ero il ballerino che credevo di essere, mi portò a profonde fasi depressive, come quella che segue. Anche la classica mi rovinava l’esistenza…

4) tredici anni: I can’t believe you love me, Barry White


Stazzavo tredici anni e un’irrisoria quantità di chili quando un omone nero che ne stazzava molti più di me, fece irruzione nella mia vita; era Barry White, ospite fisso nelle feste delle medie. Erano coteste feste un pretesto per aspettare i lenti, balli al rallentatore da eseguire allacciati a un partner, tradizione che mi dicono essersi perduta nelle nuove e più fortunate generazioni che, pare, si fidanzano si sfidanzano e soprattutto si danno buca via whatsapp & assorted social networks, evitando quei traumi che Barry, anima di pietra, riservò invece a me. Perché io grazie a Barry non mi fidanzai mai. Il top delle feste aveva un nome preciso: per l’appunto, I can’t believe you love me. Dieci minuti di lentone da ballo pomiciatorio con accompagnamento sommesso e vocione di Barry, che sbiascica quanto è bello far l’amore da Seattle in giù. E appena attaccava il brano, partiva la caccia; dovevi beccare la ragazza giusta e farti dieci minuti di colla Uhu lungo tutto i corpo, parti pubiche comprese. Farsi dieci minuti di pomiciata è meraviglioso. Farsi dieci minuti con una che continua a parlare con le amiche e gira la testa con effetto gufo reale per non guardarti, è terrificante. Successe a me. Con la cugina di Maniccia. A dirla tutta non mi ricordo più nemmeno chi fosse, e nemmeno Maniccia mi ricordo chi fosse, però lei era la cugina di Maniccia, mi ricordo che era carina e mi ricordo che le facevo apertamente schifo. Questo causò grande insicurezza nella mia vita sentimentale a venire. Tutta colpa di Barry White e dei suoi maledetti lenti…

5) quindici anni: Moon in june dei Soft Machine


E finalmente Lei si innamora di me! La Lei in questione si chiamava Rossella, era tanto carina e io toccavo il cielo con un dito. Saputo dalla comune amica Rossana che la fanciulla s’era invaghita della mia personcina, tornai a casa e sprofondai in fantasticherie meravigliose. Ascoltando Moon in june. Una suite di un particolarissimo jazzrock, chiamiamolo così ma era molto più strano del jazz rock anni settanta; lo chiamavano Canterbury sound, dalla città di origine, anche perché non sapevano nemmeno come etichettarlo. Un adolescente normale onusto di felicità amorosa, avrebbe sentito Claudio Baglioni, o Renato Zero, o i Jefferson Starship che cantavano Red Octopus, il polpo rosso come il cuore che batte per amore! Io no. Io ascoltavo the moon in june, la luna a giugno. Un adolescente sveglio avrebbe chiamato Rossella e l’avrebbe invitata al mare. Io no. Io ascoltavo la luna a giugno. Passai una decina di giorni ad ascoltare la luna a giugno. Alla fine dei quali Rossella mi disse che non era proprio il caso, che era meglio tenersi il suo fidanzato che mollarlo per uno che ascoltava la luna a giugno. E io rimasi lì ad ascoltarla anche a luglio agosto settembre e i mesi che seguirono, che dio stramaledica i Soft Machine!

6) sedici anni: Viaggio, Claudio Lolli


Innanzitutto fermi con le mani. E non parlo dei giovani, che bontà loro non sanno. Non parlo nemmeno dei miei coetanei di destra, che, bontà pure loro, certe disgrazie se le risparmiavano. Parlo degli agées di sinistra, insomma di tutti quelli che negli anni settanta avevano a che fare con le piazze, ognuno con la sua specializzazione, chi a manifestare, chi a scappare, chi a rompere (a volte le vetrine, sempre le scatole ai poveretti che si ritrovavano bloccati in mezzo al corteo di turno). Ecco, loro sanno. E alle due parole “Claudio” “Lolli”, immediatamente e istintivamente azionano dita, polpastrelli e unghie, e si raspano con furia in prossimità dell’addome, ma abbastanza più giù, insomma sopra le gambe, proprio in mezzo. Vabbè, diciamola tutta: si grattano le palle! Claudio Lolli, cantautore di valore, aveva una sinistra fama da menagramo. Le sue (bellissime) canzoni indulgevano a una certa tristezza esistenziale, che sarebbe poi stata cantata tanti anni dopo da un complessino milanese, vieppiù allegro, Elio e le Storie Tese https://www.youtube.com/watch?v=Ralx8TsAdL4
La tristezza incredibile di un viaggio di ritorno, dalla vita alla morte in meno di un giorno, tanto per intenderci sul concetto di cantante triste. E Lolli era una condanna autoinflitta; se ti facevi vedere in giro con un suo disco gli amici cominciavano a guardarti con un’inedita diffidenza, le ragazze preferivano regolarmente altri, fossero anche fans degli Homo sapiens (vincitori di Sanremo 1977 con “Bella da morire”, pezzo un gradino più in basso dell’abituale livello di Pupo). Insomma e alla fine dei suoi ascolti si restava sempre più soli. Lolli, sciagura della mia adolescenza!

7) diciott’anni: Freebird, Lynyrd Skynyrd


Arrivato a diciott’anni abbandono i cantautori menagrami. Ma faccio di più: esco (temporaneamente) dalla musica psichedelica, con la quale, sostengo all’epoca, ci si rincoglionisce un po’. Quindi sospendo con i viaggi sulla parte oscura della luna, accompagnato da sinistri carillon alla ricerca di re colorati di un rosso acceso; torno con i piedi per terra con la più terragna delle musiche: il southern rock. Un botto di chitarre scintillanti, donne e rock’n’roll e soprattutto un gruppo di amici con cui suonare: eravamo gli Street Survivors. Tre chitarre, basso e batteria. Io, uno dei chitarristi. Il problema non ero tanto io quanto gli altri due, er Sorcio e Afro. Nel tempo che io facevo tre note loro ne avevano già fatte ventiquattro e avevano ricominciato da capo. Questa lievissima differenza nell’abilità strumentistica, unita alla ben nota sindrome da Girl contratta a tre anni, fece sì che non mi smuovessi dal ruolo di solido chitarrista ritmico, un’abile metafora per dire che ero quello pippa che però lo famo sona’ uguale. Freebird è una gran canzone che ha una lunga introduzione con assolo di slide guitar (note glissate con una tubicino di vetro infilato in un dito della mano sinistra). Quell’assolo lo facevo io. Unico in tutto il repertorio degli Street survivors. Suonare con la slide non è per niente facile, d’accordo, ma io non prendevo una nota giusta neanche a pagarmi oro. E il peggio doveva ancora arrivare: la coda strumentale del brano, infarcita di assoli (veri, quelli di afro e del Sorcio) durava anche dieci minuti. Nei quali io suonavo tre accordi con la mano sinistra nella stessa posizione. Roba che Philip Glass mi faceva una sega. E nemmeno un tavolino sotto il quale nascondermi…

8) ventinove anni: Amandla, Miles Davis


Verso i trenta optai per il jazz. Basta con il rock, basta con la psichedelia, basta con le lagne dei cantautori; un po’ di musica seria, che diamine; me la voglio tirare un po’ da intenditore. Miles Davis, ovviamente, svettava (e svetta tuttora) su tutti. Quando andai al concerto allo Stadio Olimpico ero baldanzoso. Avevo visto Miles tre anni prima ed era stato un concerto travolgente; ma allora ero un neofita, adesso ero un erudito! Chi più di me conosceva il verbo gezzemane? Nessuno. Sì, qua e là qualche saccentino conosceva gente ignota che io non avevo mai sentito, marginalità come Theolonius Monk o Stan Getz, ma che volete che contasse? Non ero più l’ignorantello di una volta, quel poveretto che conosceva tutta la discografia dei Pink Floyd e dei Genesis: ero oltre. E così, al concerto, dispensai tra i miei amici la mia autorità in materia. Per esempio, quel sassofonista così esagerato che si agitava accanto a Miles, e che riscuoteva tanto successo, non mi convinceva affatto. Che suono rozzo. Che impatto plateale. Niente a che vedere con il magico Kenny Garrett, che suonava nell’ultimo disco! Quello era Rick Margitza, l’altro sax, un ripiego, molte spanne al di sotto, purtroppo. Ma è bravo! È straordinario! Dicevano gli altri. Scuotevo la testa. No: è coatto. Sentissi Kenny Garrett che fa sul disco…d’altra parte lo stesso Miles aveva mostrato, con dei teatralissimi cartelloni, i nomi degli artisti: Hiram era Hiram Bullock, il chitarrista, e Rick il sassofonista. Passai il concerto a scuotere la testa ai soli di sax, mentre intorno tutti si scatenavano in ovazioni entusiastiche. Il giorno dopo sul giornale uscì che il sassofonista era Kenny Garrett. Rick non era Margitza; era Rick Wellman, il batterista. Come erudito jazz ero definitivamente fallito. Ancora una volta la musica mi stava rovinando la vita.

9) ultima e definitiva rovina: cinquant’anni, I found a star on the ground, Flaming Lips

https://www.youtube.com/results?search_query=i+found+a+star+on+the+ground
Flaming
Si dice che quando si invecchia si torna bambini. È vero. Ci si balocca con imprese fantastiche; si sogna di essere l’Uomo Ragno o financo Superpippo, si dà credibilità al campionato di calcio italiano, si usano lozioni per l’arresto della caduta dei capelli. Quando si sa che l’Uomo Ragno usa le ventose, che il campionato lo vince la Rubentus e che la caduta dei capelli si arresta solo con il pavimento. Ma si torna vittime del fascino delle cose incredibili. È quel che m’è capitato con i Flaming lips, gruppo autore, oltre che di bellissimi album, della peggiore cover mai realizzata nell’orbe terracqueo (Smoke on the water: ascoltare per credere, io mi rifiuto di metterla sul mio blog…)
I Flaming Lips hanno realizzato un brano lungo sei ore (ripeto: sei ore): appresa la notizia, non me lo sono fatto ripetere due volte: ho scaricato il brano (comprarlo mi pareva un po’ troppo anche perché stava in un misterioso cofanetto da duecento euro), ho fondato il gruppo Facebook ascoltare tutte e sei le ore di I found a star in the ground e mi sono messo in cuffia. L’esperienza è stata sublime. Il brano comprende, oltre a musica propriamente detta, anche i più svariati suoni, dall’ambulanza all’antifurto alla campanella della ricreazione, anche per mezzore e mezzore di seguito. Le mie sinapsi che avevano resistito al giro del mezzo secolo hanno alzato bandiera bianca, e dopo l’ascolto integrale, protrattosi per diversi giorni, posso dire di essere entrato a pieno diritto nella terza età. In poche parole, me so’ rincojonito definitivamente. Grazie ai Flaming lips e alla loro musica ambulanzistica

10) centoquarantanove anni: The great Gig in the sky, Pink Floyd


Ho sempre detto che se devo vivere 150 anni malato, rimbecillito e triste preferisco viverne 149 in piena salute, con tutti i sentimenti, pimpante e felice. Quindi l’appuntamento, essendo nato nel 1962, lo do a tutti gli amici vicini e lontani per il 2111, anno in cui lascerò questo mondo. Molte anime belle dicono che tutti dovranno essere felici, al loro funerale. Col cazzo che io voglio che siate felici al mio! Vi voglio disperati, in lacrime e terribilmente convinti che la vostra vita sarà meno allegra, senza di me, almeno un po’! Per questo vi anticipo il mio programmino. Dopo che qualche amico si sarà fatto carico di ricordare quanto ero bello, fico e irresistibile, partirà il pezzo, per l’appunto The great gig in the sky, che significa “il grande spettacolo nel cielo”. Ecco, quel giorno il grande spettacolo sarete voi: inconsolabili, vi abbraccerete l’un l’altro, getterete fiori sulla mia bara e mi accompagnerete all’estrema dimora. E io…io mi godrò dall’alto lo spettacolo, aspettandovi (con calma) per spassarcela tutti insieme, per l’eternità!

Nuvola