Naja 1986, cronache dal servizio militare. Seconda parte: “Barletta, Centro Addestramento Reclute”

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Il treno partiva a mezzanotte da Termini, destinazione Barletta. Ci andai scortato dalle mie sorelle. Me l’ero immaginato in tono con il mio umore: vagoni neri, forse piombati; dagli altoparlanti la marcia funebre di Chopin (o un disco di Claudio Lolli, Marco Masini all’epoca non aveva ancora cominciato a mietere vittime); donne e ragazze velate di nero che prorompono in strazianti grida, figghiu miu che ti ficiru; ai cartelli di partenza a inizio binario grappoli di suicidi, impiccati, per non partire. Forti ritardi, infine, per le schiere di disperati che si erano gettati sotto il convoglio. E invece era tutto molto diverso da quello che pensavo. Appena arrivo in cima al binario si sente un casino pazzesco. Torme di premilitari urlano cori stile stadio, in preda a un’eccitazione del tutto fuori luogo che tradisce, non si capisce bene, o un preoccupante crollo del Quoziente d’Intelligenza, o una paura talmente fottuta da doversi mascherare da allegria. O tutt’e due le cose. Emigro verso vagoni più tranquilli. Supero, passo dopo passo, la tentazione di gridare “scusate ma che cazzo ciavete da essere contenti?” e raggiungo un vagone più tranquillo, dove gli ossessi non hanno messo piede. Mi siedo in uno scompartimento insieme a due ragazze canadesi, in viaggio per il Belpaese, un po’ stralunate, che non capiscono dove cavolo siano capitate. Benedico il mio broken english e passo all’attacco; fino alle quattro di notte me le spupazzo, ahimé solo a chiacchiere, alla faccia del branco previamente decerebrato che ha continuato a inneggiare all’anno di naja.
Ma la notte passa, e alla fine, verso le sette, ecco il lugubre profilo della stazione di Barletta. Un breve cenno, e un soldato sul marciapiede mi indica un camion: deportati subito in massa verso la caserma. Sarà una giornata lunga ed estenuante. Comincia la formazione di un Vero Uomo, anzi di più: la formazione di un Vero Italiano. E cosa fa un vero italiano? Sta in fila. Quindi come primissima cosa ci mettono in fila. Tipo poste. Ma peggio. In fila per tagliarsi i capelli. Ma io già me li ero tagliati! Non importa. Fai la fila uguale, poi ti guardano e dicono “va bene così”. In fila per ritirare il vestiario. Due su tre, sbagliano la taglia, quindi poi bisogna rifarla per cambiare la divisa, e più che una fila diventa un allegro circolo. Io mi ritrovo con una taglia Bud Spencer, che potrei tranquillamente affittare a un’intera famiglia di filippini vestendoli tutti quanti. Se consideriamo che all’epoca ero esattamente come sono adesso, 165 cm. per 59 chili, sorvolando sul fatto che il peso in capelli è stato sostituito da analogo in rughe, ci possiamo fare un’idea abbastanza precisa del fine ultimo della Prima Giornata del Milite Italiano: addestrare il giovine alla Sacra Fila. Infatti l’addestramento prosegue: in fila per l’assegnazione del posto, in fila per il rilascio del tesserino militare, in fila per i cessi. E appelli, appelli, appelli e contrappelli in continuazione. Infine, in fila per andare a mangiare. La mensa. C’è una vasta letteratura orale, tramandata di scaglione in scaglione, sul vitto militare. C’è chi giura di aver sorpreso una famiglia di sorci nelle gigantesche pignatte, chi da addetto alla cucina ha trovato quarti di bue con stampato sopra “anno 1956”, persino quello che nel congelatore ha rinvenuto un dinosauro perfettamente conservato. La tradizione narra anche che uno, a inizio anni settanta, nel congelatore ci si è imboscato per non fare un cazzo, e sta ancora lì, ibernato. Ma poi arriva il pasto; e di colpo tutte queste narrazioni à la Landolfi scompaiono.
Ho davanti agli occhi un piatto di pasta con il sugo, e una fettina con contorno. La pasta è al dente, anzi direi meglio contro dente; diciamo che appare come fosse stata scolata dopo una cottura di due minuti. Infatti frantumo subito quel paio di premolari che si erano miracolosamente salvati fono ad allora dalle carie che, come detto invano al medico militare, otturate cura seduta dopo seduta mi infestano la bocca. Il sugo ha un sapore insolito, a metà fra la mostarda e i condotti in plastica per il percolato. Ma di mostarda sa molto poco. Non avete mai mangiato un condotto in plastica per il percolato? Non fatelo: ha il sapore della pasta al sugo del 47mo battaglione fanteria Salento. La fettina di carne mi riporta a esperienze più familiari. La mia cagnetta, Luna, giocava spesso con un osso finto, fatto apposta per essere morso per giorni e giorni senza essere intaccato. Ecco, la fettina la potevi masticare quanto volevi ma la fibra era in duralluminio: o la ingoiavi intera, o la sputavi. Venendo presumibilmente riciclata nei pasti successivi. Poi c’è il contorno ma la mia psiche ne ha rimosso il ricordo. Presto il pranzo finisce, e l’introduzione alla vita della caserma continua ancora per qualche ora.
Finché, verso le 18, un nuovo appello.
“Moretti!”…presente…”Merola!”…presente (dice Merola).
“Voi due, fate i piantoni. Siete di servizio fino a domattina alle otto”
Il piantone sarebbe il soldato di guardia, non armato, all’interno della camerata. Non a caso il nome, “piantone”, evoca una pianta. Il problema è che il piantone, oltre a essere generalmente bruttino e perciò non ornamentale, non produce ossigeno. Piuttosto, produce anidride carbonica e altri composti chimici innominabili, elaborati dopo il pranzo a mensa. Altra differenza con la pianta: il piantone ogni tanto va a pisciare, cosa che peraltro contrasta con la sua funzione primaria, anch’essa non posseduta dalla pianta: controllare il passaggio. Nelle ore vietate, tutti fuori dalla camerata. Se succede qualcosa, si avvisa il caporale che comanda la camerata. Comincio. Per cena usciamo a turno, io e il mio commilitone. Dieci minuti per una telefonata a casa, ehi, già sono di piantone!, e poi è il turno di una rapida cena. Mangio cartone a fili colore pastasciutta in liquido oleoso per primo, poi suolette delle scarpe al sapore di suoletta delle scarpe, senza nemmeno il colore della carne, come secondo quindi piante pioniere (quelle che crescono nelle crepe dell’asfalto) come contorno. Per accompagnare tutto, il paneolitico, classico pane da caserma risalente a ere precedenti (con stratificazioni interessantissime per studi geologici). Sera. Notte. Sono sveglio da non so quanto, e durante la notte in treno ho dormito sì e no un paio d’ore. Tento la carta socializzazione e provo a parlare con l’altro piantone. Si chiama Merola, è campano. Dalla faccia non si avvicina nemmeno un po’ ai napoletani caciaroni e sveglissimi con cui faccio regolarmente comunella in vacanza (e con cui la farò anche durante il militare).
“Mamma mia, Merola, sono otto ore che stiamo qua, non ci passa più, vero?”
“Io, quattr’…”
“Eh?”
“Io, quattr’…”
“Come quattro, scusa? Abbiamo preso servizio alle 18 e sono le due di notte…”
“Co’ ‘o treno. Io, quattr’ore…”
“Ah. Capisco”
Fine del dialogo con Merola.
Si arriva al mattino. Tra la notte in treno con le canadesi e quella appena passata in bianco insieme alla pianta-non-ossigenante Merola, casco dal sonno. Manca qualche ora e anche questa palla finirà. Verso mezzogiorno entra un soldato. Capelli e occhi neri. Sguardo: nero.
“Ehm…scusa, ma tu a quest’ora non potresti entrare”
“Ma tu da quant’è che stai qua?” mi risponde, guardandosi bene dal non entrare.
“Da ieri”
“Io sono dieci mesi. E secondo te io non entro?”
Lo guardo bene, mi guarda bene. Mi immagino il dialogo che seguirà.
Non mi interessa, tu qui non entri.
Me lo immagino, che faccia farà quando gli risponderò A me non interessa: questo è il mio compito e tu a me mi devi rispettare.
Poi me lo immagino che mi gonfia di botte come una zampogna. Decido per la linea morbida, scoprendo che la mia trasformazione da rivoluzionario a democristiano è stata sorprendentemente rapida.
“Che ti devo dire, a me hanno detto di fare così e faccio così” concludo.
“Ecco, bravo piantone, tu fa’ così e io entro lo stesso”
Fine del dialogo con Valentino (così si chiamava).
Ma il piantone finisce, e arrivo al giorno dopo! Finalmente, il primo giorno standard di naja. Che bello!
Funziona così:
Alle sei sveglia, giù dalle brande! Tutti in fretta e furia sul piazzale: c’è la reazione fisica. Reazione fisica vuol dire catapultarsi giù dal letto, fuori, a correre. Come fanno gli insensati intorno alla colonna nel cortile del manicomio. Solo che qui si corre nel cortile della caserma, e non c’è nemmeno uno straccio di colonna. L’insensato più visibilmente alterato ha delle mostrine sulle spalle, e incita tutti gli altri. Inutile precisare che non c’è nessuna utilità ginnica nell’operazione; l’unico scopo è insegnare che la fila si può fare anche correndo. Ma a un certo punto vedo uno che non corre. Sta seduto, da una parte. Ha i capelli tutti bianchi. Aspetto decisamente dimesso. Nessuna mostrina sulle spalle: soldato semplice.
“Ma chi è?” chiedo.
“È uno che è andato all’estero e ha disertato; ora è tornato e deve fare il militare, ma ha 44 anni e non gli fanno fare niente”
Ha 44 anni e ne dimostra 88: non so se ha vissuto molto, all’estero, ed è molto provato dalla vita, o se si è ridotto così dopo qualche mese di naja; o tutt’e due.
Ma io corro: devo fare la reazione fisica!
Si arriva stancamente all’ora di pranzo, e c’è una nuova reazione fisica: quella dei denti e delle gengive alle prese con la ghiaia al forno, cioè le patate che passa oggi la mensa. Ho una fame da lupo e mangio tutto. Le patate sono veramente cattive (per fare le patate al forno cattive devi essere un genio: un genio del male, d’accordo, ma sempre un genio…), ma io ho troppa fame.
Dopo pranzo altre amenità, quali imparare a stare sull’attenti e a stare in riposo. Scopro che per riposo (pronuncia militare: “RI-SZO!”) non si intende adesso mettiti un po’ come cazzo ti pare, ma assumere una posizione con le mani dietro, stile sto in pensione e guardo che fanno dentro a questo cantiere, e il piedino destro un po’ stortignaccolo rispetto al sinistro. La posizione attenti (pronuncia militare: “AT-TI!”) invece nasconde delle sorprese, come la fondamentale faccenda del pollice imboscato. La mano destra si mette a paletta sulla fronte, altezza sopracciglio. I mancini vengono redarguiti (corre voce che alla Folgore vengano puniti con lo svitamento di entrambe le mani e lo scambio, mano destra al polso sinistro e viceversa, senza anestesia). La destra e solo la destra, quindi: e il pollice deve essere nascosto, per l’appunto imboscato. Sennò vieni punito (corre voce che alla Folgore se sbagli ti congedano e ti rimandano a casa, ma con sole nove dita). C’è gente che si esalta perché riesce a mettere il pollice imboscato. Ci si accontenta di poco…
E presto è ora di cena. Barletta, sei mia! Già mi immagino lo struscio delle ragazze, le discoteche in procinto di aprire, la nightlife che scalpita per uscire fuori, è luglio, e mi viene in mente che a Roma si stanno già scatenando per la notte…ed ecco che sono pronto per uscire. Jeans con le bretelle e maglietta. Appena mi vedono, gli altri erompono in un oooh! Di stupore:
MA COME TI SEI VESTITO?
Come mi sono vestito? Vuoi vedere che nella fretta ho indossato la mia tuta da astronauta? Eppure no, è tutto normale: ho i jeans e una maglietta. Sì, ho le bretelle al posto della cinta, ma che c’è di strano?
BRUUUUUCE!
In effetti ho una maglietta di Bruce Springsteen, comprata l’anno prima dopo il concerto di Milano; ma ne ho anche una dei Clash e una dei Pink Floyd, se è per questo, le portano tutti magliette così…
HA LA MAGLIETTA DI BRUCE SPRINGSTEEN!
Scopro di essere improvvisamente diventato un personaggio. Uno strano. Perché ho la maglietta di Springsteen. E vabbè. Da quel momento non sono più Stefano ma, per tutti, “Bruce”. Insomma i miei compagni di naja non brillano per originalità; a me sembrano tutti teletrasportati in massa direttamente dagli anni cinquanta. Ma c’è di peggio, Arrivati a Barletta centro (una strada + una piazza + una statua), ecco la prima drammatica scoperta. Mancano le ragazze! O non escono, o escono con il fidanzato, o se escono da sole hanno un cordone di indigeni maschi che ti guardano storto perché già sono poche, se ci si mette pure il migliaio di militi in libera uscita, per loro è finita…insomma la libera uscita è peggio della caserma! Il tempo di una pizza e ce ne ritorniamo tutti in coro, io e i ragazzi del secolo precedente, alla nostra accogliente camerata.
Giorno dopo giorno, fila dopo fila, si allunga la brevissima striscia delle ore di naja buttate alle spalle, e si accorcia quella, ancora immensa, delle ore ancora da passare. Ma presto arriveranno giorni decisivi: tutti in gita al Poligono di tiro! Diventeremo un manipolo di spietati cecchini?

L’immagine all’inizio del post è del grande Andrea Pazienza, dalla storia “Aficionados”.
Segue la terza parte “All’armi! All’armi!”

Naja 1986, cronache dal servizio militare. Prima parte: “Ancora in abiti civili”

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Trent’anni fa, 1986.
Uscivamo da un inverno molto molto freddo. A Roma non nevica quasi mai, l’anno prima c’era stata una nevicata molto forte, e nessuno, quell’anno, si aspettava ancora neve. E invece ne cadde, ancora di più. Un anno particolare, sotto tutti i punti di vista.
Io avevo fatto morfologia generale.
E già, perché ero, o meglio ero stato, uno studente universitario. Ma dopo quattro anni, e la miseria di cinque esami superati, avevo capito di non avere la stoffa dello studioso. La memoria, all’epoca straordinaria, non bastava: non avevo la tenacia necessaria per portare a termine quell’impegno. Ma c’era la naja. E già. All’epoca non si scappava: il servizio militare era obbligatorio, per tutti. Quindi o facevo gli esami all’Università, e arrivavo alla laurea rimandando la partenza, o mi segavo una gamba, o partivo militare. Da basco e divisa se ne usciva solo con il servizio civile. Ma se ne favoleggiava oscuramente, disegnando scenari deliranti. Sarei finito in clausura, a fare il guardiano da solo in mezzo all’oasi naturalistica di Orbetello. Un uomo e una palude. Oppure mi avrebbero rinchiuso in un ospizio a lavare i cessi. O forse mi avrebbero ridotto a fare il guardiano di un faro, o direttamente in ceppi, recluso in un’antica prigione come il Conte di Montecristo. Insomma, cose dell’altro mondo. E durava pure di più del servizio militare: diciotto mesi contro dodici! Ma c’era una terza via. La raccomandazione! Chi non vantava, a Roma, almeno una conoscenza in un ufficio sensibile, un ministero, una caserma? Così mi ero armato di santa pazienza e ero andato, in pellegrinaggio, a casa di O.M. Era un personaggio che avevo sempre trovato alquanto detestabile, un pallone gonfiato, un fregnacciaro, ma in quel caso mi serviva, mi serviva come il pane: impiegato di lungo corso al Ministero della Difesa, vantava relazioni importanti e decisamente altolocate in ambito militare. “Sa, io aiuto papà a negozio!” gli dissi argomentando l’intercessione. Ipocrita…sì, era vero che lavoravo, ma quel che mi premeva era non partire, non sprecare un anno! Decisamente, “aiutare papà a negozio ”non era la mia preoccupazione primaria. O.M. la prese da lontano. Cominciò come suo solito a pontificare su tutto. Politica, e non capiva niente di politica: ma io gli davo ragione. Musica: non capiva niente di musica, ma io gli davo ragione. Calcio. Disse che Roberto Pruzzo, il centravanti della Roma, non valeva niente. Riuscii a muovere le labbra in una specie di sorriso, e addirittura riuscii a non gettarlo dalla finestra, per la castroneria che aveva detto.  Voleva dire che ero disposto proprio a tutto, pur di non partire . Alla fine dello sproloquio, O.M. mi rassicurò: non avrei passato la visita medica. Sapeva lui quali leve muovere, dal suo scranno al Ministero della Difesa. Così mi recai con animo leggero in caserma per i canonici due giorni di visite e di test attitudinali. Compilai con attenzione tutte le scartoffie. Bene attento a non risultare troppo appetibile per le Truppe di Madre Patria. Scrissi che non sapevo fare niente: “Sai guidare?” No. “Sai andare in bicicletta?” No. Avrei risposto “no” anche mi avessero chiesto se sapevo camminare, ma non me lo chiesero. Venne poi il turno della visita vera e propria. Smistato di stanza in stanza, c’era sempre un soldato che mi additava a un altro parlando sottovoce. Potevo immaginare i brevi dialoghi: “Questo lo manda il potentissimo O.M., avverti il sergente”; e poi, nella stanza successiva “Questo lo manda l’indiscutibile O.M., avverti il maresciallo” e via via fino al climax; che avvenne quando finalmente fui introdotto in una stanza dove sedeva un militare in camice bianco. Il militare medico. Lasciato sulla soglia, vidi con i miei stessi occhi il soldato parlargli sottovoce. Assentiva, con il capo, senza parlare, dietro un paio di occhiali da sole (un po’ fuori luogo, ma vabbè, sta’ a guarda’ er capello!).
Attesi il mio turno. Liquidava gli altri uno dopo l’altro, senza battere ciglio (anche perché il ciglio ce l’aveva nascosto dagli occhiali da sole). Con un cenno al soldato che aspettava acanto a me, indicò che era il mio turno. Andai.
“Allora…Stefano Moretti…hai mai avuto malattie gravi?”
Ok, mi dissi, siamo a cavallo. Cominciare una visita chiedendo se avevo avuto malattie gravi era un po’ come quando all’interrogazione il professore comincia con “parlami di un argomento a piacere”. O.M. aveva lavorato a dovere. Che uomo. E io che l’avevo disprezzato…. Attaccai col pezzo forte, la difterite, e quindi in uno slalom alla Gustav Thöni discesi tutta la mia vasta anamnesi, miocardite, broncopolmonite, acetone, fino a giungere alle remote zone della rinite vasomotoria e della tendenza ad avere la febbre alta. Conclusi trionfalmente descrivendo la moltitudine di carie che affliggevano le mie arcate dentali. Mi risparmiai la verruca al piede avuta due anni prima e la caduta dalla bicicletta a nove anni. Rimpiansi però di aver omesso la storta alla caviglia su un tubo di gomma, riportata a sette. Il medico militare taceva e trascriveva. Potevo immaginarlo senza leggerlo: “Cardiopatico grave, di fragile costituzione fisica, S.M. è inadatto a prestare servizio militare e se ne dispone il congedo indeterminato permanente”. Mi sembrò quasi di vederlo sorridere al mio indirizzo. Ci metteva un po’, ma per ogni cosa ci vuole il suo tempo. Cominciai a pensare cosa avrei regalato a O.M.; di sicuro uno degli oggetti artigianali che faceva mio padre, un portafoglio in pelle, un portagioie in pelle, una cornice in pelle (non so se si è capito che mio padre era un pellettiere).
“Bene, Stefano Moretti!”
Il medico mi scosse dai miei pensieri.
Si tolse gli occhiali. Lo fece lentamente. Come Clint Eastwood davanti a un cattivo in un film di Sergio Leone. Mi fissò con un sorriso che lì per lì non intesi fino in fondo.
“Sei abile”
Non l’aveva detto a nessuno. Alla fine di tutte le visite si limitava a un “puoi andare”. E soprattutto, a nessuno aveva riservato quel sorrisetto con la boccuccia da joker. Capii in un istante che non ero il solo a cui O.M. stava mortalmente sugli zebedei. Forse portava gli occhiali da sole per fingere di non vederlo, casomai l’avesse incontrato. Ma ormai ero fottuto. Anche per me sarebbe arrivata la naja.
Dopo qualche mese arrivò a casa la cartolina. Avevo sognato di tutto, dall’abolizione immediata della leva obbligatoria all’esenzione per quelli che non arrivavano a un metro e settanta. Avevo ipotizzato anche l’estinzione dello Stato; mi avrebbe risparmiato quell’insopportabile annata in divisa. Ma la cartolina era lì, e non c’era verso di scappare: “Terzo scaglione 1986”. Destinazione: Barletta, 47mo battaglione fanteria Salento. Ma porco giuda, mi avevano proprio fottuto. Un anno sbattuto chissà dove a fare chissà che con chissà chi. A luglio dovevo partire…
Segue la seconda parte: “Barletta, Centro Addestramento Reclute”

Dopo

Grigio 3

Me l’immaginavo diverso, molto diverso. Tanto per cominciare pensavo che non esistesse. La vita oltre la vita, intendo, l’aldilà, insomma l’immortalità dell’anima. Ne avevo una paura fottuta, da vivo. Ah già, dimenticavo: io sono morto. Ce l’ho sempre avuto il difetto di cominciare i discorsi dando le cose per scontate. Ebbene sì: sono morto. Come sia possibile, da morti, dentro una bara di legno e verosimilmente in decomposizione, formare pensieri coerenti, ancora non l’ho capito. Ammesso che i miei siano pensieri coerenti; assomigliano a quelli che facevo da vivo, anzi sono sostanzialmente uguali. Non tanto coerenti, quindi. Ma nemmeno privi di logica, via. Dopo la morte non si cambia; si rimane se stessi, questo posso dirlo con sufficiente certezza. Con qualche ambiguità in meno di quanto voglia dire, da vivi, se stessi. Nessuna opposizione interna, nessun dilemma, nessuna scelta da fare.  Si tratta di non esistere, ed è tutto. Non ho la più pallida idea di come faccio a scrivere, anche se è esattamente quel che sto facendo. Dovessi raccontarvi la sensazione, a me pare di picchiettare come al solito sui tasti del computer. Però l’idea stessa di un computer, per quanto portatile, sottile e leggero, sepolto sotto terra con me, mi pare alquanto improbabile. Ah, certo, un’altra precisazione fondamentale: sono sotto terra. Ecco, se devo parlare di ambiguità è proprio questo che non riesco a capire: com’è possibile essere sepolti e scrivere al computer? E com’è possibile stare rinchiusi in una bara e camminare, voltarsi, girare gli occhi e guardarsi intorno, come sto facendo io proprio adesso? Eppure sto proprio sotto terra, questo me lo ricordo benissimo. Al mio funerale avevo una visione dall’alto, lo chiamano il corpo astrale, o una cosa del genere: mi sentivo svolazzare sopra le teste, sopra quella di mio nipote che suonava un malinconico sax, sopra quelle di tutti gli altri. La mia famiglia, gli amici, tante colleghe, pure qualche allievo (io insegnavo). Devo ammettere che c’era più gente di quanto avessi previsto. Lacrime qua e là. Tutto molto suggestivo, anche se sono riuscito a trattenere la commozione. O forse ero meno emozionato di quanto avrei potuto pensare prima, da vivo, ad assistere al mio stesso funerale. Ma è passato in fretta. Quando mi hanno calato sotto terra mi ha preso una specie di torpore, simile al sonno ma più pesante e allo stesso tempo più leggero, e quando mi sono risvegliato ero solo. Ma torniamo al presente (chiamiamolo così: il tempo quaggiù non esiste). Si cammina, da morti. Ma non come nei film dell’orrore; assolutamente no, mai esistita fantasia più stupida di quella degli zombie, lasciatemelo dire! Si cammina in continuazione. E non si è del tutto soli, mai. Almeno in un certo senso. Intorno ci sono un sacco di altre persone, un sacco di altre persone morte, intendo. Camminiamo. Non saprei dire in che direzione, anche perché non esiste, una direzione. Muoviamo le gambe, ecco tutto. Ma ognuno per conto suo. Ignorandosi. Si può camminare su un prato, poi ritrovarsi in montagna, o in una città, o al mare, che so. Per esempio, se cammini in pianura, una di quelle distese che sembrano senza fine, di solito coltivate a grano, puoi andare avanti per ore, per giorni, per mesi (faccio per dire, ripeto, il tempo qui non esiste). Poi magari ti stanchi. Anche “stancarsi” a dirla tutta è un termine inadatto. Non ci si stanca mai. Al massimo ti accorgi di aver osservato tutto quel che c’era da osservare. E dato che il tempo non esiste, qua sotto, osservi e riosservi tutto, centinaia, migliaia, milioni di volte. Infinite volte. Al punto che di un albero di pioppo posto al margine del sentiero, ad esempio, sai dire quante foglie ha, come sono una per una tutte le sue venature, sapresti disegnare a occhi chiusi su un foglio ogni venatura della corteccia, o zampina dopo zampina le migliaia di insetti che lo abitano. Sai tutte le forme che assume la sua chioma all’oscillare del vento, a tutte le folate di vento che l’hanno attraversato, da quando tu cammini sul sentiero, lì accanto. E sai anche cosa gli accade dentro, quanta linfa ha, i disegni concentrici degli anelli; e com’è quella ferita che gli attraversa la corteccia giungendo fino a dentro, ferita che fece un bambino, una volta, incidendolo con un coltello. Ma non descrivi niente, perché non c’è nessuno a cui descriverlo e perché non importa. Ecco: non importa. Non ti importa. Non ti importa più niente. Questa è la vera differenza tra la vita e la morte; non ti importa più niente di niente, quando sei morto. Certo, anche le cose sono differenti; ad esempio non ci sono i colori, tutto intorno è grigio come un lampione per strada. Anzi il mondo sottoterra è come quei velieri chiusi in una bottiglia, ma invece che in una bottiglia di vetro, affinché tutti lo possano vedere, il mondo sottoterra è chiuso in una specie di pilone di metallo grigio e freddo. Anche la memoria è diversa. Ah, se è diversa…da vivi non c’è niente di più doloroso che avere una memoria. I rimpianti, i rimorsi. Le occasioni perdute, quelle che non ritornano più. E invece da morti ritorna tutto. A volte ritornano, dicevano gli slogan dei film sugli zombies. Ecco, da morti tornano tutte le opportunità della vita. Quella volta che non eri partito per quel viaggio. Quel pomeriggio in cui non le dicesti “ti amo”. E quando desti una sberla a quel bambino che non se la meritava, o quando tradisti il tuo migliore amico. Solo che non te ne importa più niente, perché sei morto. Da morti non si sta male. Vedi tutti quelli che ti sfilano accanto e non ce n’è uno che ti dia fastidio. Non si soffre, da morti. Ma non si può neanche dire che sia un bene; è così, punto e basta. Ora, per esempio, attraverso una città. Grigia, piena di persone morte che vanno qua e là. Tutti come me, diciamo così, spenti. Ricordo perfettamente di averci vissuto, di averla goduta, sofferta, patita. Ne ricordo tutti i colori, le arance coloratissime, i cornetti con la crema, i caffè neri, i ciclisti, le nuvole, il cielo, il sole giallo, certi acquazzoni che ti prendevano di sorpresa, le corse con il vento sulla faccia, il fiume che scorreva placido, e certi prati verdi, e i colori degli occhi di tutti quelli a cui volevo bene. Ma adesso ho lo stesso colore di tutto il resto, grigio, e in tutto il resto mi confondo. Le altre persone morte potrebbero anche avere tutti quanti la mia stessa faccia, o un’altra, non importa. Non importa più nulla, adesso. Importa solo camminare, senza tempo, senza meta, cambiare orizzonte per continuare a camminare, senza tempo, senza meta, senza orizzonte. Solo a volte un pensiero diverso mi attraversa, nelle mie camminate all’aperto. Rinchiuso in una bara, perché allo stesso tempo attraverso il mondo grigio rinchiuso in un lampione grigio, e sono immobile in una bara. Si affaccia, questo singolo pensiero, questa singola domanda. E se vedessi un colore? Uno solo. All’improvviso, in questa notte che non è notte e in questo cielo che non è cielo. Un colore. Verde, magari, con un po’ di ambra dentro. Che succederebbe? Ma è una domanda sciocca. I colori sono vivi, sono la vita. E io invece sono morto. Sono morto proprio perché i colori erano troppo forti (adesso me lo ricordo! Ma guarda…proprio in questo la memoria mi tradiva…che buffo…) . Allora mi si spense la vista, cominciai a non leggere, poi a non scrivere, quindi a non guardare, e alla fine tutto si era bloccato, non camminavo, non ridevo, non piangevo, non parlavo. Mi trovarono una mattina, nel letto. Avevo smesso da ultimo anche di respirare. Forse per questo col mio corpo astrale vidi qualche lacrima, ma tutto sommato molta compostezza, al mio funerale. Perché in fondo ero già morto da parecchio. Sono stati i colori a fregarmi. Già, i colori, proprio loro: troppo intensi. Mi ricordo che odiavo l’estate. Probabilmente il motivo era proprio questo. Ma adesso non importa, non importa più niente. Sono morto, e cammino, cammino, cammino…

A me la musica m’ha rovinato la vita!

Musica

Avrei dovuto capirlo da subito. Altro che la musica mi ha salvato la vita; la musica mi ha rovinato la vita! E qui non si scherza, signori miei! Noi siamo scienza, non fantascienza. Non vi stupirò con gli effetti speciali: dati alla mano vi dimostrerò inoppugnabilmente che l’uso della musica si trasforma facilmente in abuso e crea gravi danni. Mi stupisco di come ci siano ripetute campagne contro l’uso di droghe, fumo e alcool, e non si levino autorevoli voci contro la musica. Sarò dunque io, da questo blog, il pioniere. E lo farò usando la mia stessa storia. Bovary c’est moi, diceva quel tale? Bene, io andrò ben oltre: citerò esplicitamente tutti i guai che la musica ha prodotto nella mia vita. La musica me l’ha rovinata a me. la vita! E da subito: tutto è cominciato che ero piccolo, ma piccolo, ma piccolo…

1) tre anni: Girl, Beatles 

Girl

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I Favolosi Quattro di Liverpool sono i primi, nella lunga fila di responsabili dei miei problemi esistenziali. Il Piccolo Stefano infatti andò in scena per la prima volta in vita sua in veste di interprete, proprio di Girl, anno di grazia 1965. Girl era il lato B del 45 giri in cui, lato A, campeggiava la ben più nota Michelle. Mi calavo infatti nel ruolo di Bambino Prodigio, anticipando nella fattispecie l’Ingiustificato Uso di Maiuscole che avrebbe fatto fortuna sul web quasi cinquant’anni dopo. Non che fossi più bravo di un qualsiasi coetaneo che intonava Mamma mia dammi cento lire, però ero inconsapevolmente trendy e soprattutto, reduce da una lunga e pericolosa malattia (difterite accoppiata a miocardite) pòra cradurella mia, godevo di un’aura da fenomeno a prescindere da ciò che facessi. Il problema era che già in tenera età ero dissociato. Da una parte primadonna e dall’altra mammoletta. Quindi avevo trovato la giusta mediazione: mi esibivo sì, cantando Girl, ma solo se nascosto sotto al tavolo. Il problema è che sviluppai una concezione autolesionista, e cioè che essere timidi paga. Infatti rimasi timido anche alla soglia dei dieci anni, e proseguii per il decennio successivo e quello ancora. Quando mi svegliai dal torpore ciavevo na certa età e, uscito da sotto il tavolino, mi accorsi che avevo perso decenni su decenni. Colpa, evidentemente, dell’inopinato successo da treenne beatlesiano, di quando the cat era on the table e the Girl era invece under the table. Insieme a me…scarafaggi, invece di amarvi avrei dovuto schiacciarvi, mannaggia a me!

 
2) cinque anni: C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, Gianni Morandi


Era appena uscito l’hit di Gianni Morandi e a mia sorella Antonella, tredicenne, garbava assai, come del resto a me: che bello quell’inno contro la guerra! E poi faceva ratatatatatatarata e poi mi piacevano sia elp che ticheturaid che ledigiein che iesterdei. Allora mia sorella mi propose un acquisto a mezzi; e così fu. Lei ci mise cento lire. Io cinquecento. Inutile dire che il giradischi era suo e la gestione del disco divenne immediatamente sua. Vidi dipartire dalle mie tasche una bella monetona da cinquecento, e la vidi approdare nelle disponibilità sororali. Inaugurai così una lunga stagione da persona di sinistra, che bella la lotta, che belli i diritti civili e chi se ne importa se nun ciai ‘na lira. La lezione di solito la si capisce cominciando a lavorare, ma a dirla tutta, anche anni e anni dopo l’inizio delle sgobbate quotidiane, ho continuato a non capirla. Forse, forse, adesso ho qualche barlume di consapevolezza del fatto che pecunia non olet ma micragna sì, però a questo punto è troppo tardi: l’idealismo comunista-italiota-morandiano ha già fatto l’ennesima vittima. Io. Sei simpatico Gianni, anche su feisbuc, ma sappi che mi hai fatto molto, molto male…

3) dieci anni: Una notte sul Monte Calvo, Modest Mussorsgky


A casa mia aveva sempre regnato la lirica, ma a dirla tutta la lirica mi faceva due palle così. Poi con gli anni ho capito che c’è dietro una tecnica straordinaria e si tratta solo di affinare l’ascolto, quindi ho sentito opere su opere e finalmente posso dire, alla mia veneranda età, che la musica lirica mi fa due palle così. Non ci posso fare niente. Ho provato di tutto, anche le cuffie con vinavil in stile alfieriano, ma senza esito: ignorante ero e ignorante rimango, ma almeno adesso so di essere senza speranze. A dieci anni comunque mi ribellai alla lirica casalinga di default; e optai per la classica strumentale. Una notte sul Monte calvo mi faceva impazzire. Il problema è che non mi limitavo ad ascoltarla: la ballavo. Seguivo tutti i passaggi della movimentata suite in salone, agitandomi con una furia autostordente che si concludeva con tuffi stile Cagnotto sul divano. Il bello è che la stessa cosa la facevo con un altro pezzo, Eloise di Barry Ryan; quindi, una volta col classico e un’altra col leggero, finivo sempre in stile Nureyev ibridato Klaus Di Biasi. Credevo in cuor mio di essere molto portato alla danza, mentre i miei movimenti ricordavano più da vicino gli spasmi pre-parto o anche il ballo del quaqua a velocità quadrupla. Quindi scoprire in seguito che non ero il ballerino che credevo di essere, mi portò a profonde fasi depressive, come quella che segue. Anche la classica mi rovinava l’esistenza…

4) tredici anni: I can’t believe you love me, Barry White


Stazzavo tredici anni e un’irrisoria quantità di chili quando un omone nero che ne stazzava molti più di me, fece irruzione nella mia vita; era Barry White, ospite fisso nelle feste delle medie. Erano coteste feste un pretesto per aspettare i lenti, balli al rallentatore da eseguire allacciati a un partner, tradizione che mi dicono essersi perduta nelle nuove e più fortunate generazioni che, pare, si fidanzano si sfidanzano e soprattutto si danno buca via whatsapp & assorted social networks, evitando quei traumi che Barry, anima di pietra, riservò invece a me. Perché io grazie a Barry non mi fidanzai mai. Il top delle feste aveva un nome preciso: per l’appunto, I can’t believe you love me. Dieci minuti di lentone da ballo pomiciatorio con accompagnamento sommesso e vocione di Barry, che sbiascica quanto è bello far l’amore da Seattle in giù. E appena attaccava il brano, partiva la caccia; dovevi beccare la ragazza giusta e farti dieci minuti di colla Uhu lungo tutto i corpo, parti pubiche comprese. Farsi dieci minuti di pomiciata è meraviglioso. Farsi dieci minuti con una che continua a parlare con le amiche e gira la testa con effetto gufo reale per non guardarti, è terrificante. Successe a me. Con la cugina di Maniccia. A dirla tutta non mi ricordo più nemmeno chi fosse, e nemmeno Maniccia mi ricordo chi fosse, però lei era la cugina di Maniccia, mi ricordo che era carina e mi ricordo che le facevo apertamente schifo. Questo causò grande insicurezza nella mia vita sentimentale a venire. Tutta colpa di Barry White e dei suoi maledetti lenti…

5) quindici anni: Moon in june dei Soft Machine


E finalmente Lei si innamora di me! La Lei in questione si chiamava Rossella, era tanto carina e io toccavo il cielo con un dito. Saputo dalla comune amica Rossana che la fanciulla s’era invaghita della mia personcina, tornai a casa e sprofondai in fantasticherie meravigliose. Ascoltando Moon in june. Una suite di un particolarissimo jazzrock, chiamiamolo così ma era molto più strano del jazz rock anni settanta; lo chiamavano Canterbury sound, dalla città di origine, anche perché non sapevano nemmeno come etichettarlo. Un adolescente normale onusto di felicità amorosa, avrebbe sentito Claudio Baglioni, o Renato Zero, o i Jefferson Starship che cantavano Red Octopus, il polpo rosso come il cuore che batte per amore! Io no. Io ascoltavo the moon in june, la luna a giugno. Un adolescente sveglio avrebbe chiamato Rossella e l’avrebbe invitata al mare. Io no. Io ascoltavo la luna a giugno. Passai una decina di giorni ad ascoltare la luna a giugno. Alla fine dei quali Rossella mi disse che non era proprio il caso, che era meglio tenersi il suo fidanzato che mollarlo per uno che ascoltava la luna a giugno. E io rimasi lì ad ascoltarla anche a luglio agosto settembre e i mesi che seguirono, che dio stramaledica i Soft Machine!

6) sedici anni: Viaggio, Claudio Lolli


Innanzitutto fermi con le mani. E non parlo dei giovani, che bontà loro non sanno. Non parlo nemmeno dei miei coetanei di destra, che, bontà pure loro, certe disgrazie se le risparmiavano. Parlo degli agées di sinistra, insomma di tutti quelli che negli anni settanta avevano a che fare con le piazze, ognuno con la sua specializzazione, chi a manifestare, chi a scappare, chi a rompere (a volte le vetrine, sempre le scatole ai poveretti che si ritrovavano bloccati in mezzo al corteo di turno). Ecco, loro sanno. E alle due parole “Claudio” “Lolli”, immediatamente e istintivamente azionano dita, polpastrelli e unghie, e si raspano con furia in prossimità dell’addome, ma abbastanza più giù, insomma sopra le gambe, proprio in mezzo. Vabbè, diciamola tutta: si grattano le palle! Claudio Lolli, cantautore di valore, aveva una sinistra fama da menagramo. Le sue (bellissime) canzoni indulgevano a una certa tristezza esistenziale, che sarebbe poi stata cantata tanti anni dopo da un complessino milanese, vieppiù allegro, Elio e le Storie Tese https://www.youtube.com/watch?v=Ralx8TsAdL4
La tristezza incredibile di un viaggio di ritorno, dalla vita alla morte in meno di un giorno, tanto per intenderci sul concetto di cantante triste. E Lolli era una condanna autoinflitta; se ti facevi vedere in giro con un suo disco gli amici cominciavano a guardarti con un’inedita diffidenza, le ragazze preferivano regolarmente altri, fossero anche fans degli Homo sapiens (vincitori di Sanremo 1977 con “Bella da morire”, pezzo un gradino più in basso dell’abituale livello di Pupo). Insomma e alla fine dei suoi ascolti si restava sempre più soli. Lolli, sciagura della mia adolescenza!

7) diciott’anni: Freebird, Lynyrd Skynyrd


Arrivato a diciott’anni abbandono i cantautori menagrami. Ma faccio di più: esco (temporaneamente) dalla musica psichedelica, con la quale, sostengo all’epoca, ci si rincoglionisce un po’. Quindi sospendo con i viaggi sulla parte oscura della luna, accompagnato da sinistri carillon alla ricerca di re colorati di un rosso acceso; torno con i piedi per terra con la più terragna delle musiche: il southern rock. Un botto di chitarre scintillanti, donne e rock’n’roll e soprattutto un gruppo di amici con cui suonare: eravamo gli Street Survivors. Tre chitarre, basso e batteria. Io, uno dei chitarristi. Il problema non ero tanto io quanto gli altri due, er Sorcio e Afro. Nel tempo che io facevo tre note loro ne avevano già fatte ventiquattro e avevano ricominciato da capo. Questa lievissima differenza nell’abilità strumentistica, unita alla ben nota sindrome da Girl contratta a tre anni, fece sì che non mi smuovessi dal ruolo di solido chitarrista ritmico, un’abile metafora per dire che ero quello pippa che però lo famo sona’ uguale. Freebird è una gran canzone che ha una lunga introduzione con assolo di slide guitar (note glissate con una tubicino di vetro infilato in un dito della mano sinistra). Quell’assolo lo facevo io. Unico in tutto il repertorio degli Street survivors. Suonare con la slide non è per niente facile, d’accordo, ma io non prendevo una nota giusta neanche a pagarmi oro. E il peggio doveva ancora arrivare: la coda strumentale del brano, infarcita di assoli (veri, quelli di afro e del Sorcio) durava anche dieci minuti. Nei quali io suonavo tre accordi con la mano sinistra nella stessa posizione. Roba che Philip Glass mi faceva una sega. E nemmeno un tavolino sotto il quale nascondermi…

8) ventinove anni: Amandla, Miles Davis


Verso i trenta optai per il jazz. Basta con il rock, basta con la psichedelia, basta con le lagne dei cantautori; un po’ di musica seria, che diamine; me la voglio tirare un po’ da intenditore. Miles Davis, ovviamente, svettava (e svetta tuttora) su tutti. Quando andai al concerto allo Stadio Olimpico ero baldanzoso. Avevo visto Miles tre anni prima ed era stato un concerto travolgente; ma allora ero un neofita, adesso ero un erudito! Chi più di me conosceva il verbo gezzemane? Nessuno. Sì, qua e là qualche saccentino conosceva gente ignota che io non avevo mai sentito, marginalità come Theolonius Monk o Stan Getz, ma che volete che contasse? Non ero più l’ignorantello di una volta, quel poveretto che conosceva tutta la discografia dei Pink Floyd e dei Genesis: ero oltre. E così, al concerto, dispensai tra i miei amici la mia autorità in materia. Per esempio, quel sassofonista così esagerato che si agitava accanto a Miles, e che riscuoteva tanto successo, non mi convinceva affatto. Che suono rozzo. Che impatto plateale. Niente a che vedere con il magico Kenny Garrett, che suonava nell’ultimo disco! Quello era Rick Margitza, l’altro sax, un ripiego, molte spanne al di sotto, purtroppo. Ma è bravo! È straordinario! Dicevano gli altri. Scuotevo la testa. No: è coatto. Sentissi Kenny Garrett che fa sul disco…d’altra parte lo stesso Miles aveva mostrato, con dei teatralissimi cartelloni, i nomi degli artisti: Hiram era Hiram Bullock, il chitarrista, e Rick il sassofonista. Passai il concerto a scuotere la testa ai soli di sax, mentre intorno tutti si scatenavano in ovazioni entusiastiche. Il giorno dopo sul giornale uscì che il sassofonista era Kenny Garrett. Rick non era Margitza; era Rick Wellman, il batterista. Come erudito jazz ero definitivamente fallito. Ancora una volta la musica mi stava rovinando la vita.

9) ultima e definitiva rovina: cinquant’anni, I found a star on the ground, Flaming Lips

https://www.youtube.com/results?search_query=i+found+a+star+on+the+ground
Flaming
Si dice che quando si invecchia si torna bambini. È vero. Ci si balocca con imprese fantastiche; si sogna di essere l’Uomo Ragno o financo Superpippo, si dà credibilità al campionato di calcio italiano, si usano lozioni per l’arresto della caduta dei capelli. Quando si sa che l’Uomo Ragno usa le ventose, che il campionato lo vince la Rubentus e che la caduta dei capelli si arresta solo con il pavimento. Ma si torna vittime del fascino delle cose incredibili. È quel che m’è capitato con i Flaming lips, gruppo autore, oltre che di bellissimi album, della peggiore cover mai realizzata nell’orbe terracqueo (Smoke on the water: ascoltare per credere, io mi rifiuto di metterla sul mio blog…)
I Flaming Lips hanno realizzato un brano lungo sei ore (ripeto: sei ore): appresa la notizia, non me lo sono fatto ripetere due volte: ho scaricato il brano (comprarlo mi pareva un po’ troppo anche perché stava in un misterioso cofanetto da duecento euro), ho fondato il gruppo Facebook ascoltare tutte e sei le ore di I found a star in the ground e mi sono messo in cuffia. L’esperienza è stata sublime. Il brano comprende, oltre a musica propriamente detta, anche i più svariati suoni, dall’ambulanza all’antifurto alla campanella della ricreazione, anche per mezzore e mezzore di seguito. Le mie sinapsi che avevano resistito al giro del mezzo secolo hanno alzato bandiera bianca, e dopo l’ascolto integrale, protrattosi per diversi giorni, posso dire di essere entrato a pieno diritto nella terza età. In poche parole, me so’ rincojonito definitivamente. Grazie ai Flaming lips e alla loro musica ambulanzistica

10) centoquarantanove anni: The great Gig in the sky, Pink Floyd


Ho sempre detto che se devo vivere 150 anni malato, rimbecillito e triste preferisco viverne 149 in piena salute, con tutti i sentimenti, pimpante e felice. Quindi l’appuntamento, essendo nato nel 1962, lo do a tutti gli amici vicini e lontani per il 2111, anno in cui lascerò questo mondo. Molte anime belle dicono che tutti dovranno essere felici, al loro funerale. Col cazzo che io voglio che siate felici al mio! Vi voglio disperati, in lacrime e terribilmente convinti che la vostra vita sarà meno allegra, senza di me, almeno un po’! Per questo vi anticipo il mio programmino. Dopo che qualche amico si sarà fatto carico di ricordare quanto ero bello, fico e irresistibile, partirà il pezzo, per l’appunto The great gig in the sky, che significa “il grande spettacolo nel cielo”. Ecco, quel giorno il grande spettacolo sarete voi: inconsolabili, vi abbraccerete l’un l’altro, getterete fiori sulla mia bara e mi accompagnerete all’estrema dimora. E io…io mi godrò dall’alto lo spettacolo, aspettandovi (con calma) per spassarcela tutti insieme, per l’eternità!

Nuvola

In bianco e nero

m00008-10

M. era già uscito da parecchio di casa, aveva raggiunto come sempre la fermata dell’autobus e se ne stava lì, con i soliti pensieri per la testa. Le bollette, l’assicurazione, quel vicino noioso che aveva fatto tardi la sera prima con le risate e i brindisi insieme agli amici. E poi qualcos’altro che gli ronzava per la testa, ma al tempo stesso gli sfuggiva. L’autobus tardava ad arrivare e M. aspettava, aspettava, aspettava. Più del solito. Nemmeno sapeva l’ora, il display sulla fermata era spento e lo smartphone scarico. Quando l’autobus arrivò gli sembrava che fosse passata un’eternità. Salì e trovò subito il posto a sedere. Un insolito buio ricopriva la città. A quell’ora doveva già essere spuntato il sole; per un istante pensò di essersi alzato troppo presto, ma la sveglia aveva trillato come di consueto, prima che lo smartphone cominciasse la sua breve agonia e con un tweet! disperato gli annunciasse che le sue pile esauste lo stavano abbandonando. No, era una brutta giornata, ma l’ora era quella giusta. Buio, molto buio. Doveva essere molto ma molto nuvoloso, per nascondere così bene il sole. L’autobus proseguiva la sua corsa e M. s’era quasi assopito, con le bollette, l’assicurazione e i brindisi inopportuni in testa. Quando riaprì gli occhi era quasi arrivato. Si alzò e prenotò la prossima fermata. Guardò fuori ed era sempre buio. Eppure c’era qualcosa di diverso, qualcosa di quasi sinistro che pure non riusciva a mettere a fuoco. Scese dall’autobus e d’improvviso tutto gli apparve evidente. Non era notte, non era buio. Il sole s’era alzato come al solito, e sebbene fosse effettivamente una giornata nuvolosa, c’era la normale luce delle sette di mattina. Mancavano i colori. Tutto era bianco, nero o grigio. Tanto grigio, quasi solo grigio, anche il bianco sui fogli del quaderno che uno studente, accanto a lui, consultava prima di un’interrogazione, erano grigio ardesia, chiarissimi ma mai candidi. E del resto anche il nero non sprofondava mai nell’abisso, ma se ne teneva al bordo, grigio antracite. Si stropicciò gli occhi ma quando li riaprì il mondo era sempre così: i colori erano spariti. La signora dietro di lui gli diede un lieve strattone per scendere, non s’era avveduto che le porte dell’autobus si erano aperte. Si sedette su una panchina, che provvidenzialmente stava proprio vicino alla fermata dell’autobus, là dove il viale si snodava in una serie di piccoli slarghi di cemento attorniati da timide aiuole. Doveva riprendere fiato. Non aveva detto niente a nessuno. Intorno a lui tutti procedevano con il consueto passo spedito della mattina; segno evidente che era l’unico a soffrire di quel male improvviso e catastrofico. Riprese a camminare. Forse era un guasto temporaneo, forse in ufficio le cose sarebbero andate meglio. Quella mattina poi ci sarebbe stata la visita di una scolaresca e sarebbe toccato a lui intrattenere i bambini. Non ne aveva affatto voglia, si sarebbe piuttosto rinchiuso volentieri in uno sgabuzzino. Al buio, quello vero. Almeno lì avrebbe immaginato che i colori c’erano ancora, di fuori. Camminava sul viale. Le cortecce degli alberi, notò, erano quasi ammuffite. Alzò lo sguardo verso le cime dei pini; non c’era nemmeno una pigna; sui praticelli che attorniavano il cemento neanche un fiore. E non era solo quello. Le pozzanghere a terra, ad esempio, che dopo le piogge del giorno prima dovevano ancora essere ricolme d’acqua, erano macchie di fanghiglia incrostata e secca. Ancora peggio fu passare davanti al fornaio. A quell’ora sentiva sempre il profumo del pane sfornato da un po’, ma ancora fortissimo. Niente. Non erano solo i colori a essere spariti: anche gli odori, i frutti sugli alberi, i fiori nei prati. Era tutto morto, persino le piante, persino l’acqua. E l’orologio che campeggiava in mezzo al giardino centrale era fermo alle sei e trentacinque, le lancette inchiodate sul sei e sull’otto.

“Scusi, dov’è piazza Dante?”
Una giovane donna gli aveva rivolto la parola.
“Mi son persa!” gli sorrise. Non s’era resa conto di parlare con uno che s’era perso peggio di lei.
“Piazza Dante?” ripeté lui. Ma come ci si può perdere tra viale Signorelli e piazza Dante, pensò. Poi, per un istante, un istante solo, si perse a guardarla. Dio com’era bella quella donna. Aveva occhi grandissimi, come mai ne aveva visti. Chissà che colore avevano. Verde, forse. Magari un verde che sconfinava nell’ambra. Ma non li vedeva: c’era solo grigio, grigio chiaro, grigio un po’ più scuro.
“Non mi dica che s’è perso anche lei!” gli sorrise ancora.
“No no, si figuri…vada tutto dritto sul viale, dieci minuti e arriverà a piazza Dante”
“Grazie!” rispose la donna, voltò le spalle e se ne andò.

M. sentì le gambe farsi deboli deboli, chissà perché, e si sedette di nuovo.Era ancora sul grande viale alberato e grigio. Morto di ogni vita, senza colori, senza odori. Guardò a sinistra. La strada proseguiva per piazza Dante. Vide la donna sparire lentamente. Si accorse solo allora che la strada piegava lievemente in discesa, fino a sparire alla vista. Guardò allora nella direzione opposta, quella che portava al fiume. Declinava anche lì. Declinava ovunque, est, ovest, nord e sud. Tutto stingeva in una discesa indistinta, tutto il mondo slavava verso un destino incolore e insapore, tutto scendeva passo dopo passo, tutto gli spariva davanti. Con un ultimo, enorme sforzo, si alzò. Entrò in un bar e chiese di andare al bagno. Si chiuse. Lì dentro c’era l’unica cosa che cercava: uno specchio. Guardò a terra a lungo, poi prese coraggio e alzò gli occhi. Si vide. Il suo volto aveva tutti i colori consueti. La pelle, non troppo chiara e non troppo scura, i capelli ancora neri ma abbondantemente spruzzati di bianco. Gli occhi, Verde stinto, quasi marrone. Si fissò allo specchio. Vide i suoi ultimi colori scappare via dal volto. Bastarono pochi istanti, Capì cosa lo aspettava, cosa doveva fare. Lasciò lo zaino nel bagno. C’era il suo prezioso computer, ma non gli sarebbe più servito. Uscì e cominciò a camminare, proprio in direzione di piazza Dante. La discesa era lieve e continua. Arrivato alla grande piazza puntò verso la collina, dove c’era la terrazza panoramica. Il primo colore che vide fu quello degli alberi. Non si curò del fatto che pur andando verso l’alto, continuava a scendere. Ormai aveva capito. Camminava, camminava, e le persone che gli passavano accanto piano piano riacquistavano tutti i colori perduti. La vista aveva ricominciato a funzionare, salì su, quel su che per lui era un giù, e si fermò per un istante a guardare. Roma aveva una forma nuova, convessa e infinita eppure più vicina che mai. Poteva vedere il verde intenso degli alberi di Villa Pamphili, quello scuro degli intrighi di alberi, quello chiaro dei prati; più in là la bellezza antica e sempre viva dell’Aventino, il giardino degli aranci con i suoi pomi coloratissimi appesi ai rami; e ancora più in là tutti i tetti di Trastevere, e le sconfinate arterie di Roma che viaggiano verso la periferia, viale Marconi e in fondo nuovo verde, nuovo cielo. Più vicino, un ponte bianchissimo attraversava il fiume, che scorreva placido, carico di promesse e di vita. Tutto brillava sfavillante sotto un cielo azzurro e un sole titanico. Solo lui era ormai completamente grigio. La pelle del viso s’era raggrinzita e anche l’ultimo capello nero si era fatto grigio. Respirò a pieni polmoni, e una fitta lieve in alto a sinistra lo avvertì che doveva affrettarsi perché il suo tempo stava finendo.

“Ti prego solo di una cosa” disse rivolto al cielo, al nulla, alle nuvole, forse alle stelle nascoste dietro al bagliore.
“Non voglio morire con le lancette ferme sul sei e sull’otto. Concedimi almeno questo”
Gli piacque pensare che fosse stato dio, quel dio a cui non credeva e a cui non aveva mai creduto, a esaudire il suo ultimo desiderio.
“Andiamo!” esclamò sorridente una ragazza al suo ragazzo, che erano stati fino ad allora appoggiati alla ringhiera a baciarsi, lì accanto, incuranti di M. e di tutto il resto del mondo.
“S’è fatto tardi, sono quasi le tre e un quarto!”
“Quindici e dodici, a essere precisi” le rispose lui, tenendola ancora allacciata.
“È tardi lo stesso: andiamo!”

M. li guardò e fu contento. Fu contento perché le 15 e 12 erano una buona ora per morire. E perché prima di chiudere gli occhi per sempre, poté vedere due che si amavano.

Z come Zodiaco – Piccolo dizionario contro l’estate, ventunesima e ultima parte

zodiacus
Finalmente siamo arrivati alla Zeta! Provo a scrivere “Zeta”, con la maiuscola, visto che Di Questi Tempi Almeno Sul Web Una Maiuscola Ingiustificata Non Si Nega A Nessuno. Ma il trucco vale poco: la maledetta continua a negarsi. Con quale parola concludere il Piccolo dizionario contro l’estate? Zappa? Zoo? Zacinto? No, non mi convincono…bisogna ricorrere a qualcosa di più radicale: un punto zero.
Zero
Zero è il numero che non esiste. Se c’è lo zero vuol dire che non c’è niente. Ma seppure non è, di sicuro lo zero qualcosa rappresenta. Intanto è un brutto voto, anzi, IL brutto voto! E l’estate, tanto per tornare all’oggetto del nostro piccolo dizionario, se lo merita tutto. Zero spaccato. E non per il caldo; per tutte le promesse non mantenute, per tutti i cuori infranti, per tutte le frustrazioni e per tutte le imprese mal riuscite di cui lei, sempre lei, solo lei, la matrigna estate, è prodiga. E quindi lo zero diventa anche un punto d’arrivo: l’apice del countdown, quel tre, due, uno…che ci tira fuori dalla dittatura del sole, dalla spianata dell’asfalto che ondeggia allo sguardo. Così ho preso 68 bigliettini gialli, i post it, e ci ho scritto sopra i numeri dei giorni della lunga estate.
68
Adesso li appallottolo tutti e li butto, e insieme a loro voglio buttare un sacco di cose. Con la zeta, naturalmente! Per primo ci butto
Zosima (nome proprio di persona, maschile singolare).
Fedor Dostoevskji era un buffo omino con la fronte esageratamente alta, che scriveva romanzi d’appendice per pagarsi i debiti di gioco. Fosse vissuto ai nostri tempi ci sarebbe stata una gara fra i critici a denigrarlo. Scriveva storie esagerate in libroni esagerati con uno stile esagerato: di lui avrebbero potuto dire
per i toni violenti, che era portatore di un fobico anti-igienismo letterario;
per la sua scarsa spavalderia e lievità, visti i toni tragici, l’avrebbero definito uno scrittore che per realizzare il suo ottimo artigianato costruisce non giocattoli ma giochi, non abitazioni letterarie integre ma case fatte di sole cantine – cioè ombrosi sottosuoli esistenziali su ombrosi sottosuoli esistenziali
per la descrizione sociale e psicologica, che era sfocato e inesatto.
Ma io non sono un critico, che volete farci, sono un’anima semplice e mi accontento di fare il lettore e di scrivere qualche storia, e Dostoevskji, ve lo confesso, è il mio preferito. Bene, in uno dei suoi libroni più famosi e esagerati, I fratelli Karamazov, che sono quasi più famosi dei fratelli Dalton, dei Warner Brothers o addirittura di Mario e Pippo Samtonastaso, Fedor si inventa questo personaggio: Zosima. È uno starec, che sarebbe una specie di santone che però non ha nessun network come si deve: non dico un’emittente privata dove piazzare i sermoni, ma nemmeno uno straccio di sito web, nemmeno un profilo facebook per godersi qualche like. Niente: ai tempi suoi non c’era nemmeno la radio, figuriamoci un po’! Tutto il paese lo rispetta e lo venera; però lo starec invecchia e, un colpo di tosse oggi, un attacco d cuore domani, un femore rotto dopodomani, un bel giorno si diparte per raggiungere il suo Principale nell’alto dei cieli. Tutti aspettano il miracolo: sono certi che dopo la morte il suo corpo emanerà profumi celestiali. E invece dalla veneranda salma comincia a uscire una gran puzza, un tanfo, una vera fetenzia. Dalle spoglie dell’uomo perfetto, dal modello di virtù, esce la feccia. Mentre tutti aspettano la perfezione, il mantenersi integro della purezza, ecco che irrompe la decadenza, il mutamento, l’imperfezione. Dopo la vita c’è la decomposizione, con la morte non arriva la purezza, e nemmeno la dannazione: arrivano i vermi. E allora? Che vuol dire? Forse che siamo sperduti in un universo senza senso, in cui l’unica verità sono i corpi che sprofondano sotto terra e si smembrano, fino a farsi terra? L’unica risposta è una risposta imperfetta. Forse. Forse c’è qualcos’altro, oltre l’attesa di una perfezione impossibile. Forse questo qualcos’altro sta annidato e nascosto, in una ghiandola, la ghiandola pineale per esempio, o nella freccia del tempo che scorre al contrario in un diagramma di Feynman, o forse, semplicemente, in una mano che accarezza la foto della persona che è morta. È stato amato, lo starec Zosima, quando ancora non puzzava, riverso e immobile sulla sua branda? Al di là di ciò che diceva, dei like dei visitatori abbagliati dalla sua severità ascetica? Se lo è stato, allora forse qualcosa resta di lui. Senza bisogno della purezza gridata, del profumo, del circo dell’eternità. Forse. Forse…è una parola da mezza stagione, una parola autunnale che si sposa male con l’estate, che invece spara certezze con i suoi dardi infuocati. Una stagione che pretende la perfezione. Ma della perfezione non sento bisogno, né di quella della bella stagione, né di quella di un corpo morto, il corpo che era stato di uno starec. Lo butto via, alla fine del countdown, lo butto nello zero finale. Di vita, piuttosto, sento il bisogno! Di qualcosa da non buttare via, alla fine del conto alla rovescia. Una zeta che mi dia gioia e voglia di vivere:
una bella bottiglia di Zabov.
A mia nonna l’estate non piaceva per niente. Innanzitutto non andava a scuola ormai da almeno sessant’anni, quindi non godeva delle vacanze estive. E poi non aveva i vestiti adatti. Portava sempre la gonna, sempre grossa e un po’ rustica, una gonna da nonna, ove per nonna intendo un essere umano stile Nonna Papera o Ave Ninchi: lasciate perdere i modelli alla Loren “80 anni e ne dimostro la metà”, le nonne da copertina, quelle da Nonna Moderna insomma. Macché. Mia nonna aveva la cipolla in testa con i capelli bianco-gialli! Se la scioglieva ogni era geologica, quando se li lavava. Per il resto indossava giacchetti di lana lisi, sciallette lise, golfini lisi. Tutto liso, sennò non era lei. Sopra, ovviamente, la parannanza, vale a dire il grembiule da cucina. Ai piedi, rigorosamente, ciabattoni comodi. Troppo caldo, d’estate, per lei che non andava in vacanza e tantomeno al mare (figuratevi il mare con la scialletta e la parannanza). Lei era più per l’inverno, non fosse altro che per lamentarsi del freddo e mettersi un altro paio di sciallette (lise) addosso. E poi c’era la sua riserva. Nonna aveva un cassetto stie tasche di Eta Beta: estensibile. O quantomeno un cassetto da farmacia mimetizzato in un armadio normale. Fatto sta che lì dentro stipava ogni ben di dio. Cioccolatini, caramelle, salatini e leccornie di varia foggia e natura. E, su tutto, lo Zabov. Liquore alla crema d’uovo, un articoletto calorico molto invernale. Per lo Zabov aveva una passione cocente. Ogni tanto ti chiamava sottovoce, senza farsi sentire; poi si guardava intorno, stile Ethan Hunt, e quindi tirava fuori dal cassetto/farmacia la bottiglia. E quando ti riempiva il bicchierino, bevendoselo ovviamente anche lei, era come un rito, una comunione con nonna, piena della complicità di chi fa qualcosa un po’ di nascosto perché, era implicito, a farlo a famiglia riunita lo Zabov finiva subito. Sì: vorrei tanto trovare lo Zabov in fondo al conto alla rovescia, ma quello di nonna, sia chiaro, solo quello di mia nonna.
Ma poi? Arrivati alla fine, fra ciò che voglio trovare e ciò che voglio perdere, lo zero si porta con sé l’ultima lettera: la zeta. E il cerchio si chiude. Si chiude una stagione, l’estate; si chiude questa lunga giornata, cominciata fine giugno, e che appassisce con le prime foglie ingiallite di un languido settembre, che è già ottobre. Con la zeta finiscono tutte le lettere e tutte le parole. Sfumano le possibilità, le variazioni, l’orizzonte delle permutazioni che sembrava infinito. Finisce tutto con zuzzurellone: non prenderti troppo sul serio, non era forse tutto un gioco, o uno scherzo? Finisce l’estate e rimaniamo ad aspettare la sera. Arriva prima, adesso. Dove sono tutte le promesse dell’estate? Dov’è finita la stagione guascona, quella della luce accecante, quella tutto bianco o tutto nero? Chissà. Ci rimane un crepuscolo assorto, una sinfonia muta che scende verso il blu della notte. Stiamo quasi per voltare le spalle, presto anche i tramonti saranno meno splendenti, perché è in agguato novembre con le sue piogge, e poi sarà l’inverno, che chiuderà tutto sotto la neve. Perché l’inverno è neve, anche quando non nevica. Ma prima di voltare le spalle, proviamo a fermarci. Se guardiamo in alto, possiamo vedere che non tutto è perduto, arrivati alla Zeta e preparati ormai allo zero.
Lassù: lo Zodiaco
Nelle notti d’autunno le stelle brillano fortissimo. Sono quasi accecanti. Venere non manca di rimarcare la sua supremazia, anche se qualche materialista dalla vista corta e dal cuore di paglia sta sempre lì a rimarcare che è solo un pianeta, e non una stella. Noi sappiamo bene che non è così: Venere è la stella più lucente dello Zodiaco, punto e basta. Ma ci sono anche le altre stelle, dall’Acquario e dai Pesci fino allo Scorpione, al Sagittario e al Capricorno. Possiamo leggere la vita di ogni singolo uomo, riflessa lassù, il destino inchiodato alla data di nascita: giorno, ora, segno, ascendente. Tutto già scritto: immutabile. Però noi restiamo a guardarle lo stesso, le stelle, da qua sotto. Fissiamo i puntini luminosi e non c’è più niente di immutabile, perché non ci arrendiamo al passare delle stagioni, al declinare dell’estate, all’inevitabile fine di ogni cosa. Continuiamo a cercare la bellezza oltre i destini inchiodati, disegniamo i nostri sogni su un manto nero, che è la notte. E cerchiamo le risposte, con gli occhi spalancati e il naso all’in su, ma quel che conta sono le domande, anzi, una sola domanda: mi aspetto ancora qualcosa dalla vita? Tanto? Poco? Almeno un po’? Potremmo chinare la testa, sentire il peso dei piedi dentro alle scarpe e andarcene via. Allora la risposta è “no”, non ci aspettiamo più niente. Ma se resistiamo ancora, forse, i nostri occhi rivelano una seconda vista. E d’improvviso siamo in alto, lassù, in cima allo Zodiaco; siamo parte di quella bellezza, siamo in mezzo alle stelle. La più piccola e più bella, Antares, adesso ci sta accanto; e guardiamo in giù. Là sotto la notte si è distesa sulla città, tutte le luci accese, e da quassù sembrano stelle, altro che lampioni! La città si stende ai nostri piedi e ogni cosa appare possibile. Tutto: frati con un’arancia in mano, soffiatori di bolle giganti, ciclisti che sbagliano strada, draghi sbuffanti, uomini che si aggirano estranei a tutto e a tutti, illusioni, fata morgana, acqua senza confini nella quale galleggiano le isole, lunatici che ci guardano con il naso in su, meccaniche da orologio tristemente rotte, travolgenti film d’amore, sogni, bambini che giocano a palla, quaderni pieni di appunti, gente che va e gente che viene, foglie, tramonti, partenze. Ci aspettiamo ancora qualcosa dalla vita? In una notte piena di stelle, dopo le false promesse dell’estate, possiamo finalmente rispondere si! È autunno, i primi soffi gelidi del vento nuovo annunciano l’inverno. Tornerà la primavera? Dovremo prima affrontare le piogge di novembre e il gelo dell’inverno, l’inverno con la faccia immutabile, che assomiglia tanto alla sua gemella opposta, l’estate. Se sapremo superarlo, tutto questo gelo, la primavera tornerà. Per tutti noi. Dovremo aspettare che il ghiaccio si sciolga, affrontare la marea senza annegare e resistere, in apnea, resistere. E ancora una volta, ricominciare. Una nuova primavera, è questa la novità, non tarderà ad arrivare.

V come Villeggiatura – Piccolo dizionario contro l’estate, parte ventesima

Villeggiatura 1

Villeggiatura, nome comune astratto di cosa, singolare femminile: Il villeggiare; soggiorno temporaneo in una località diversa dalla propria residenza abituale, per svago e riposo:

Disegno Galib 1

Ho sonno, ho tanto sonno. Che confusione questa partenza! Io all’inizio non ne avevo tanta voglia, ma qui dentro casa erano tutti così eccitati. Mamma ci ha preparato da mangiare, ha ammucchiato un sacco di vestiti e poi li ha ripiegati uno per uno. Papà sono giorni che non fa che guardare mappe e carte; poi prende la penna e scrive. Scrive, scrive, scrive sempre papà! Anche io scrivo, sono capace, cosa credete? Ho cinque anni, tanti quante sono le dita della mia mano destra. Anche di quella sinistra, però quando me lo chiedono uso sempre la destra. Ieri hanno fatto una gran litigata con nonna. Mamma la voleva portare, e pure papà ha detto Certo, non può mica rimanere qui da sola; e invece nonna non è voluta venire! Non ha sentito ragioni. A un certo punto mamma ha anche alzato la voce ma nonna le ha detto Piantala di fare la bambina, io da qui non mi muovo. Mamma c’è rimasta male, perché poi l’ho trovata in bagno che piangeva, però quando sono entrato ha fatto finta di niente, mi ha sorriso e mi ha detto Allora domani si parte: sei contento, amore mio? Io sarei anche contento, però dobbiamo portarci dietro quello strazio di mio fratello e questa cosa non mi va giù. Proprio no. Però questo non sono riuscito a dirglielo…

Lisa disegno

Se c’è una cosa che detesto è camminare, e qui si tratterà praticamente solo di questo: camminare. D’estate, per giunta. Ammetto di essere pigra. Ammetto che mi pesa anche andare a scuola la mattina, ma provateci voi a portarvi dietro tutta quella roba per mezzora e passa all’andata e altrettanto al ritorno, e poi ditemi se avete voglia di rifarlo anche d’estate. Ma tanto…la questione non si pone nemmeno: si parte, Lisa, e anche di fretta! Ecco, “anche di fretta”. Nemmeno il tempo di salutare le amiche. Partono anche loro, mi rispondono. Non tutte! Sara per esempio, non parte mica. E poi…camminare…ma per andare dove, dico io? E che vuoi restare in città? E voltano le spalle. E certo, tanto quando parlo io parla la cretina. Senza contare che non posso portare praticamente niente. Dove credi di andare? Ci vorrebbe un vagone per portare tute le tue cose! Io capirei camminare a Parigi, o a New York. Ma così? Sono scelte che non ti riguardano. Ubbidisci e basta. Ubbidisci e basta. Anche d’estate. Anche stavolta. Un giorno o l’altro mi metterò a camminare di testa mia: ma da sola, e una volta partita non mi fermerò più. Poi gli manderò un whatsapp: ecco, ho camminato abbastanza? Tanti saluti. O gli manderò una cartolina, che tanto non lo sanno nemmeno che cos’è whatsapp, il dinosauro e consorte…

disegno ragazzo

Io non mi muovo di qui. Ci andassero loro, se ne andassero loro! Sara rimane, me l’ha detto, non parte. E io non ci penso nemmeno da lontano a lasciarla. Non la lascio neanche un giorno, neanche un’ora. Ma scherziamo? A settembre dobbiamo sposarci e io me ne vado? Ci andassero loro! Io non ho paura di rimanere da solo. Cosa pensano, che da solo non sappia badare a me stesso? Non mi sposto neanche di un centimetro., quant’è vero che mi chiamo Swan.

Barchetta Il mare l’ho visto solo nelle fotografie e alla televisione. Una volta papà ci ha portato al fiume. È un fiume tanto importante, anche nella storia antica, ci ha raccontato che lo conoscono in tutto il mondo. Era molto grande ma era brutto, c’erano tutte rocce, a guardarlo dall’alto faceva impressione e non ci si poteva giocare. Era pericoloso. Papà dice che anche il mare è pericoloso ma se uno sta attento non succede niente. Beh, ho pensato, dovresti spiegarlo bene a quello scemo di mio fratello! Ma lo sapete che ha fatto l’altroieri? S’è messo a giocare con la cacca del cane! Se non lo vedeva subito mamma si sarebbe sporcato tutto, e poi era uno schifo mettersi a ripulirlo tutto! Fa sempre un sacco stupidaggini, però, pure se lì per lì si arrabbiano, subito dopo si mettono tutti a ridere. Se le faccio io invece mi dicono che faccio lo scemo e che devo piantarla. A lui è permesso tutto e a me niente. Non dico di non volergli bene, perché poi mi ci diverto anche io a giocarci, però certe volte lo strozzerei. E voglio proprio vedere se al mare si comporterà bene o se farà le sue solite stupidaggini, e poi finiranno a prendersela con me…

Cellulare E portatelo il cellulare, hai tanto insistito per averlo! Ecco, la goccia che fa traboccare il vaso. Sai che ci faccio con quell’affare antidiluviano? È l’unico che mi hanno concesso di tenere, mentre in classe mia c’è chi gira con l’iPhone. Quello perde campo appena fuori città, ve lo dico io. Avrei voglia di scappare via, altro che. Se la facessero loro questa bella vacanza, da soli e con tutti quelli che ne hanno voglia come loro. Certo, rimanere qui in città..ma sarebbe aempre meglio dell’estate da schifo che vogliono farmi passare

Paletta e secchiello Papà mi ha dato uno schiaffo perché volevo portarmi la paletta e il secchiello. Ma che ci vado a fare al mare senza la paletta e senza il secchiello? Per fortuna mamma gli ha detto così: la paletta e il secchiello si portano, punto e basta! E infatti me li porto! Anche mio fratello ne voleva uno ma mamma gli ha detto che ne basta il mio, e che lo porto io che sono il più grande. È forte, mamma. Non l’avevo vista mai rispondere così a papà. Ultimamente sono nervosi. Ieri litigavano anche per le cose da portare. Io non sono nervoso per niente, anzi, ho una gran voglia di vedere finalmente il mare!

Kalashnikov corretto  E che nessuno si avvicini, né a me né tantomeno a lei

Lisa disegno   Alla fine ci sono andata, ma che dovevo fare? Ma che potevo fare! Niente. Dice che poi alla fine ne vale la pena, che alla fine sei ripagata di tutte le fatiche. Sarà. Ma a me questa metafora della montagna non mi convince per niente. Cammini, camini, ti arrampichi, fatichi, ti manca il fiato e ti cedono le gambe, eppure una volta arrivata in cima hai il mondo in pugno. E se il mio mondo fosse rimasto in città? Chi l’ha detto che mi sarebbe scappato via per forza, il mio mondo, come dicono papà e mamma? Tanto me ne raccontano, di bugie, come questa della montagna.

Disegno Galib 1 Il viaggio non è stato per niente bello, anzi è stato scomodissimo, eravamo in troppi là dentro. Non me l’avevano detto che saremmo entrati in quel furgone, io pensavo che avremmo preso un taxi.

Lisa disegno Sono stanca morta. Camminare ma per andare dove, poi? Qui se ne sentono di tutti i colori, da quelli che vorrebbero andare in Canada a quelli che si accontentano dell’Italia. Ma poi che faremo? E soprattutto, come ci arriveremo? Per davvero a piedi?

disegno ragazzo Ho sentito degli spari. Vengono. Li aspetto.

Disegno Galib 1 Ho paura. Ci hanno fatto salire su una barca vecchia. C’è una puzza che non sentivo nemmeno quando andavamo a caccia di lucertole e d’improvviso trovavamo un serpente che faceva la muta, quella puzza di carogna, insomma.

Lisa disegno Qua fa freddo, anche se è estate. La notte è fredda anche da noi, ma qui ti entra proprio nelle ossa. Ho bevuto poco e non riesco a dormire, ho sete, ho fame, continuo a sentire voglia di andare al bagno ma qui non c’è nessun bagno, c’è solo questa campagna desolata, potrei allontanarmi un po’, ci ho provato, ma la pipì non esce lo stesso. Dicono che domani dovremmo arrivare, non a destinazione ma almeno a un punto in cui poi si vedrà. Un punto in cui poi si vedrà, hanno detto proprio così. Ma poi si vedrà che? I piedi mi fanno male. Per fortuna le scarpe reggono. Ma dopo tutti questi giorni…mio padre è pieno di vesciche, prima si è tolto le scarpe, da solo, pensava che noi dormissimo, io facevo finta, e ho visto che era pieno di sangue, fresco e rappreso. Se li toccava e faceva delle smorfie di dolore. Mi domando ancora una volta se non sia stata una follia arrivare fino a qui. Per finire dove, poi?

disegno ragazzo Si alzano delle colonne di fumo. Autobombe, colpi di mortaio. Ho raggiunto alcuni compagni e ci stiamo organizzando. Questi bastardi non l’avranno vinta. Non avranno lei, non avranno me, non avranno tutti noi.

Disegno Galib 1 Il mare è enorme, tutto nero. Pare di stare dentro a un secchio di bitume, nero il mare, nero il cielo, è nera pure l’aria. Papà sta con mio fratello, mamma mi stringe forte e mi dice di stare tranquillo, ma lei non è tranquilla per niente, non l’ho mai vista così. E questa non è una nave, è un barcone che traballa a ogni ondata. Ho sete, ho fame. Ho paura per mio fratello. È piccolo, se arriva un’ondata grossa come potrà cavarsela? Adesso sta con papà, ma se l’onda lo fa cadere? Se papà deve attaccarsi da qualche parte, e lui gli scivola di mano? Penso a tutte le volte che l’ho picchiato e mi viene da piangere. Vorrei abbracciarlo ma ho paura di svegliarlo. Lui dorme. È piccolo. Io invece sto sveglio.

Lisa disegno Bastardi. Hanno messo il filo spinato. Non ci fanno passare. Mio padre ha i piedi gonfi, credo che gli stiano andando in cancrena o qualcosa di simile. C’è gente con la febbre alta, bambini con la dissenteria che non si reggono in piedi, quanto pensano che possiamo resistere in queste condizioni? Non abbiamo nessuna intenzione di rimanere nel loro paese di merda, perché non ci fanno passare? Cosa aspettano, che moriamo tutti davanti a questo maledetto filo spinato? Sono disposta anche a camminare tutta la vita per andarmene da qui. E anche perché mi fanno rabbia, tutta questa gente in assetto da guerra, contro di noi, ma credono che siamo noi a fare la guerra? Non gliel’ha spiegato nessuno che noi siamo qui proprio perché ci hanno portato la guerra dentro casa? La capiscono la differenza tra una vittima e un carnefice? Ho studiato che qui nella seconda guerra mondiale qua c’erano parecchi nazisti. Si vede che ci tengono, alla tradizione…ma ci stiamo organizzando, e in qualche modo il loro bel filo spinato glielo apriremo come una scatoletta di sardine. Maledetti…

disegno ragazzo Sono saltati per aria proprio qua sotto, ho ancora le orecchie che fischiano, non sento niente, sento solo una gran puzza di bruciato, di ferro fuso e di carne. Carne bruciata. È carne umana. Io resto qui. Non mi muovo. Tanto lo so che stanno dall’altra parte e aspettano solo di continuare il loro macello. Ma dovranno uscire all’aria aperta, questi scarafaggi neri. E li farò fuori. Uno per uno. Dove sarà lei?

Disegno Galib 1 Si vedono le luci, siamo arrivati, si vedono le luci ma siamo ancora in mezzo all’acqua e il mare è agitato. Io ho paura, e anche mamma ha paura e trema, e papà va su e giù, e sono tutti agitati, mi dicevano stai tranquillo, andrà tutto bene ma qua non c’è niente che vada bene, le onde sono grosse e quello che guidava la barca è sparito, non so che fine abbia fatto, so solo che sono zuppo d’acqua, l’acqua del mare e non vedo mio fratello, dove sei piccoletto, dove sei? Poi arriva un’onda più grossa e mentre mamma mi stringe stretto di colpo il mondo si rovescia e l’acqua non sta più sotto ma sta sopra, e tutti e quattro ci ritroviamo dentro alle onde, io, mamma, papà e il mio fratellino.

Lisa disegno Approfittiamo della notte. Abbiamo una specie di tronchesi e le usiamo per rompere questo maledetto filo spinato. Pare che qua sappiano fare solo il filo spinato, non c’è niente, solo pianura, erba secca e filo spinato. Il varco è aperto. Facciamo passare prima i vecchi e i bambini. Non si fa così? Ma d’improvviso il buio si apre e un fascio di luce elettrica ci illumina, poi due, poi tre e in breve qua è tutta una luce, la luce livida dei gruppi elettrogeni. Escono dal buio, sembrano fantasmi, hanno tute scure e facce scure come la notte. Abbiamo i fari puntati addosso e siamo abbagliati, non distinguiamo bene le figure. Ma sono in divisa, e sono molto grossi. Uno di loro grida ma non capisco niente, parlano una lingua incomprensibile. Una vecchia si stacca dal gruppo, non so perché lo faccia, forse va a chiedergli da bere, la riconosco, è una che si lamenta sempre, ma non appena arriva a un metro dal primo di quelli, poliziotti, sì, sono poliziotti, parte violenta una manganellata e la vecchia cade a terra. Il sangue le sprizza fuori dalla testa e non si lamenta più. Quello che gridava adesso grida ancora più forte, si sentono i bambini piangere, adesso si avvicina un uomo con le mani alzate, ma è mio padre, sì, è mio padre che con le mani alzate gli si avvicina, ripete We go, we go, we don’t stand, papà non ha mai parlato bene l’inglese, ma gli sta dicendo che vogliamo solo andare via ma quelli alzano di nuovo i manganelli e lo pestano, qualcuno di noi grida, io non ce la faccio a vedere questo strazio, bastardi, bastardi, loro e il loro filo spinato, i loro manganelli, mi dovranno ammazzare per farmi stare zitta e buona, se non capiscono quello che ci è costato arrivare fino a qui glielo faccio capire io, con le buone o con le cattive.

disegno ragazzo Quando è entrato Miro le orecchie mi avevano appena ricominciato a funzionare. Il tanfo era ancora tutto lì. Ho visto subito che qualcosa non andava, ma d’altra parte come poteva andare qualcosa, con i morti per strada, il boato nelle orecchie e i tonfi, cupi, dagli altri quartieri? Ma c’era dell’altro. Miro mi ha detto solo una parola: Sara. E ho capito che era finita. Era morta.

Disegno Galib 1 Adesso sopra di me ci sono due metri di acqua, le mie palpebre sono aperte ma io non vedo più. Avrei resistito anche un po’ di più, ma il mio corpo deve essersi impigliato a qualche scoglio, qua è pieno di scogli, siamo a pochi metri dalla terraferma. Il mio fratellino è andato sotto appena prima di me. Papà ci aveva acchiappati tutti e due, mentre mamma…mamma era già scivolata sott’acqua, per prima. L’ho anche chiamato il mio fratellino, prima di andare giù: “Aylan! C’è papà, reggiti forte!”. Ho visto i suoi occhi. Aveva paura, aveva paura come quando si sveglia di notte all’improvviso, perché fa sempre brutti sogni. Io non ce la facevo a tenerlo. E sono andato giù. Ho avuto tanta paura pure io, ho cominciato a bere l’acqua salata e i polmoni mi si sono riempiti. Non c’era più aria. Poi tutto è stato veloce, mentre io affondavo, non lontano da mamma, Aylan è scivolato dalle braccia di papà, e così ha perso anche lui, oltre a me. Ho occhi aperti ben chiusi. Con i miei strani occhi che non vedono riesco a vedere mamma, che galleggia, lei ha le palpebre chiuse. Aylan poverino è arrivato a terra, ma non vede niente, ha la faccina voltata verso la sabbia. Chissà se mi vede, anche lui, con gli occhi aperti ben chiusi.

Lisa disegno È finita di colpo. Al punto che non saprei nemmeno dire se è durata tanto o no. Ricordo che l’ho colpito e che è caduto a terra. Non tanto per la violenza del colpo, che volete, sono una ragazza di quattordici anni alta meno di un metro e sessanta e quello lì era il doppio di me, tutto bardato in tenuta antisommossa. Ma l’ho buttato per terra lo stesso. Poi non l’ho toccato, gli ho solo strillato alzati stronzo, non fai più il grosso, adesso? Mi sono venuti tutti addosso. Quando hanno cominciato a colpirmi m’è sembrato che mi crollasse addosso un palazzo intero, con i calcinacci che mi si scheggiavano addosso. Poi è diventato tutto nero, poi tutto bianco e poi niente, non sentivo più gli anfibi sulla faccia e i colpi col calcio del fucile. Non so cosa hanno fatto i miei, so solo che quando ho smesso di respirare mi hanno sbattuto al di là del filo spinato insieme a tutta la mia famiglia. E a tutti gli altri. Ora sono sdraiata sulla terra e non sento più freddo. Sono io stessa, più fredda ancora della terra. Chissà se Sara mi sta pensando, adesso. E Miro, e Swan, e tutti gli altri…

disegno ragazzo Ne ho fatti fuori tanti. Ma tanti. Avevano quelle loro assurde divise nere. Uno uguale all’altro, una massa, come il diavolo, che è molteplice, altro che dio. Dio non ne sa niente di loro. Poi finalmente mi hanno colpito. Non lo sapevano che non mi stavano uccidendo: al contrario, mi stavano rendendo lieve la terra. Sarebbe stato pesante, sarebbe stato impossibile sopravvivere. Senza di lei., senza Sara. Posso vedere la mia città distrutta, mentre resto sospeso in questo limbo. Le quattordici vergini. Idioti. Io spero solo di rivederne una. Mia moglie. Chissà che fine avranno fatto gli altri. Lisa era partita per arrivare in Germania. Non voleva partire, ma per fortuna se n’è andata da questo inferno. Anche mio zio se n’è andato, con tutta la famiglia. Arriveranno in Canada. Con i due piccoli sarà dura, Aylan ha tre anni e Galib cinque…ma ce la faranno, sono sicuro. Chiudo gli occhi, per sempre. Sara, amore mio, sto arrivando.

Due uomini 1 copiaDue uomini 2

Ci sono due uomini seduti su un sasso. Uno guarda a est, è pensieroso, preoccupato e triste. L’altro guarda a ovest, sputa in terra e sghignazza. Bisogna fare qualcosa, pensa l’uomo pensieroso. Se ne stiano a casa loro, borbotta l’altro e sputa di nuovo a terra. Sono immobili, le schiene quasi si toccano. Quel che non sanno è che il sasso dove sono seduti non è un sasso. È uno scoglio. Tutt’intorno la marea si sta alzando e presto li sommergerà. Arriverà alle spalle, sia dell’uno che dell’altro, benché guardino parti opposte dell’orizzonte. Resteranno immobili, credono di stare seduti su un sasso ben piantato in terra. Bisogna fare qualcosa, continuerà a pensare il primo. Se ne stiano a casa loro, continuerà a mugugnare l’altro. Finché l’acqua non li coprirà. Solo allora capiranno che c’era stato tanto tempo, ma ormai tempo non ce n’è più. Nemmeno per loro.